C’è un rumore che non si sente, eppure cresce: quello del silenzio che accompagna la lenta trasformazione degli Stati Uniti sotto la seconda presidenza di Donald Trump. Non ci sono carri armati né proclami autoritari. Invece, si insinua un processo sotterraneo illiberale e anti democratico. Non è una demolizione violenta, ma una lenta erosione dei fondamenti democratici. Lo scrive chiaramente su questa testata lo scrittore e filosofo Francesco Vilotta.

In questi primi nove mesi, Trump ha colpito il cuore della democrazia americana. Le università sono state attaccate come focolai ideologici, con fondi tagliati e minacce alla libertà accademica. La stampa è diventata “nemica del popolo”, e le critiche sono state criminalizzate. La politica commerciale è sconvolta dalla politica dei dazi, isolando di fatto il Paese e destabilizzando l’economia.

In questi primi mesi migliaia di dipendenti federali sono stati licenziati in tronco in nome dell'efficienza, mentre i poteri dell’esecutivo hanno ingoiato quelli del Congresso con una pioggia mai vista prima di ordini esecutivi. La rottura con Elon Musk, un tempo alleato, si è trasformata in un conflitto politico ed economico aperto. Intanto, le deportazioni di massa e la chiusura delle frontiere hanno aggravato le divisioni. All’estero, le promesse di pace si sono infrante: la crisi di Gaza resta irrisolta, l’attacco russo all’Ucraina non si ferma e Trump ha dimostrato di rimanere senza una strategia credibile. Gli alleati storici europei faticano a fidarsi di Washington.

Il quadro è reso ancora più inquietante dall’ultimo sondaggio della Quinnipiac University: l’approvazione complessiva della sua presidenza è scesa al 37%, mentre la disapprovazione raggiunge il 55%. È il livello più basso mai registrato in questa sua nuova presidenza. Tra i repubblicani, solo l’84% approva (segno che anche nella sua base emergono crepe), mentre indipendenti e democratici bocciando in massa il suo operato.

Come avverte lo scrittore e filosofo Francesco Vilotta, “non è la dittatura classica: le elezioni si fanno, le istituzioni restano. Ma se i distretti elettorali sono tarati, la stampa è delegittimata, le agenzie politicizzate, il Congresso ignorato, la democrazia diventa un rito svuotato” — un edificio che resta in piedi ma perde la sua anima.

“Se la più grande democrazia occidentale comincia a vacillare – continua lo scrittore – minacciata dall’interno, il mondo intero ne paga il prezzo. Leader autoritari come Putin, Erdogan, Orbán o Netanyahu troveranno un alibi perfetto: “Se gli Stati Uniti lo fanno, perché non possiamo farlo anche noi? Se la libertà americana diventa un ostacolo, rappresenterà un precedente pericoloso”.

Il vero pericolo non è un colpo di Stato rumoroso, ma la normalizzazione del declino. L'assalto al Congresso del 6 gennaio 2021 non è che un tassello, se l'assuefazione a questa nuova normalità si diffonde. I cittadini sembrano indifferenti, mentre l’autorità democratica si sgretola. L’approvazione del 37% alla seconda presidenza Trump non è solo un numero: è la manifestazione palpabile della sfiducia crescente verso una guida che ha voltato le spalle ai valori fondanti del Paese.

L’America ha sempre saputo rialzarsi dal peso della storia. Ma la storia non garantisce il futuro. Ed è proprio questa la tragedia più grande: una nazione nata per liberarsi dalla tirannide rischia, tre secoli dopo, di piegarsi a un leader che desidera concentrare e avere nelle sue mani tutto il potere. E se quel giorno arriverà, non sarà segnato da un fragoroso annuncio: sarà un sussurro che lentamente accoglie il silenzio.