Per tutta la campagna elettorale aveva ripetuto lo stesso concetto come un mantra: “Vi porterà alla guerra, mentre io sono il presidente della pace e penserò solo a migliorare la vita degli americani”. Donald Trump aveva costruito una parte della sua narrazione politica su quell’immagine, contrapponendosi alla rivale Kamala Harris e promettendo stabilità, disimpegno militare, priorità interne. Qualcuno, anche tra i democratici, aveva creduto a quella linea.

Poi è tornato alla Casa Bianca. E nel giro di poco più di un anno la traiettoria si è rovesciata. Tra raid aerei, operazioni speciali e attacchi mirati contro Stati sovrani, gruppi terroristici e organizzazioni criminali, Trump è diventato il presidente americano che più di ogni altro, in tempi recenti, ha autorizzato azioni militari su scala globale.

Non si tratta di guerre convenzionali dichiarate come la Corea di Harry Truman, il Vietnam di Lyndon Johnson e Richard Nixon o l’Iraq dei Bush. Ma la frequenza e la distribuzione geografica degli interventi raccontano un attivismo armato senza precedenti.

Tutto comincia il 1º febbraio 2025. Gli Stati Uniti bombardano in Somalia postazioni riconducibili allo Stato Islamico. È l’inizio di una sequenza che non si interrompe. Il 13 marzo, in un’operazione condotta insieme all’intelligence irachena, un leader dell’Isis viene ucciso in un “attacco aereo di precisione”. La Casa Bianca rivendica l’efficacia dell’azione, parlando di neutralizzazione di una minaccia imminente.

Tra marzo e giugno si apre il fronte yemenita. Attacchi navali e aerei contro i ribelli Houthi, con una pressione militare crescente nel Mar Rosso. L’operazione finisce sotto i riflettori non solo per i bombardamenti, ma per un episodio imbarazzante: il capo del Pentagono, Pete Hegseth, avrebbe condiviso coordinate militari in una chat non criptata in cui era stato inserito per errore un giornalista. Un incidente che ha sollevato interrogativi sulla gestione della sicurezza e delle informazioni sensibili.

Il salto di qualità arriva a giugno, quando gli Stati Uniti si uniscono a Israele nella cosiddetta “guerra dei dodici giorni” contro l’Iran. Vengono colpiti tre siti nucleari strategici: Fordow, Natanz e Isfahan. In campo bombardieri B-2 e missili Tomahawk lanciati da sottomarini. Trump annuncia la “totale cancellazione” delle infrastrutture e l’azzeramento della minaccia nucleare iraniana. Ma il Medio Oriente si trasforma in una polveriera, con tensioni che si propagano fino al Mediterraneo e mettono in allarme anche le capitali europee.

Non è l’unico fronte. A settembre, nel Mar dei Caraibi e nell’Oceano Pacifico, iniziano operazioni contro imbarcazioni di presunti narcotrafficanti venezuelani. In tre mesi, secondo fonti locali, si contano più di cento morti. Il 3 gennaio scatta l’operazione più clamorosa: il sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro. Caracas denuncia un raid che avrebbe provocato oltre cento vittime. Washington parla di un’azione mirata contro un regime accusato di legami con il narcotraffico e il terrorismo.

Nel frattempo la Siria torna sotto i riflettori. Il 19 dicembre le forze americane colpiscono lo Stato Islamico in risposta a un attentato contro una base militare statunitense. Il 16 gennaio un altro raid nel nordovest del Paese uccide Bilal Hasan al-Jasim, affiliato ad Al-Qaeda e sospettato di aver pianificato l’imboscata in cui, a dicembre, erano morti due soldati americani. Anche in Nigeria, il giorno di Natale, un blitz aereo definito da Trump “letale” prende di mira combattenti dell’Isis.

La mappa degli interventi si allarga e diventa globale: Africa, Medio Oriente, America Latina. Una strategia che combina operazioni contro gruppi jihadisti e azioni contro governi ostili o ritenuti pericolosi per la sicurezza americana. Il linguaggio della Casa Bianca resta quello della deterrenza e della difesa preventiva. Ma la frequenza degli attacchi contraddice l’immagine del “presidente della pace” evocata in campagna elettorale.

Nel mezzo di questa stagione di raid, Trump rilancia anche su altri fronti. Annuncia che prenderà il controllo di Panama, che la Groenlandia sarà annessa “in un modo o nell’altro” e che gli Stati Uniti intendono acquisire “in modo amichevole Cuba”. All’Avana il messaggio viene letto come un avvertimento. Il timore che l’isola possa diventare il prossimo teatro di tensione non è più solo retorica diplomatica.

Il risultato è un quadro internazionale segnato da un attivismo militare costante, spesso giustificato come risposta a minacce concrete ma percepito da molti alleati come un’accelerazione pericolosa. L’Europa osserva con crescente inquietudine, consapevole che ogni nuova operazione in Medio Oriente o nel Mediterraneo allargato ha ricadute dirette sulla sicurezza continentale.

Trump continua a rivendicare le sue scelte come necessarie per proteggere gli interessi americani. Ma la distanza tra la promessa elettorale e la realtà dei bombardamenti appare ormai evidente. Il presidente che sognava il Nobel per la pace ha costruito, mese dopo mese, una presidenza scandita dal rumore dei raid. E mentre l’elenco delle operazioni si allunga, resta aperta una domanda che accompagna ogni nuova missione: dove finirà la prossima linea di fuoco.