Il Wall Street Journal racconta i timori alla Casa Bianca per una conduzione troppo impulsiva del conflitto da parte del presidente. I suoi collaboratori lo avrebbero lasciato in parte fuori dai briefing operativi
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Il presidente americano, Donald Trump, fatica a gestire la pressione della guerra con l'Iran, oscillando tra scatti d'ira, minacce estreme e aperture negoziali, mentre alla Casa Bianca crescono i timori per una conduzione impulsiva del conflitto. Lo riporta il Wall Street Journal che cita diverse fonti dell'amministrazione americana. L'episodio più rappresentativo risale alle ore in cui un pilota americano era disperso in territorio iraniano. Il capo della Casa Bianca ha sfogato per ore la propria rabbia contro i collaboratori e ha accusato gli alleati europei di non offrire sufficiente supporto.
Il timore di un fallimento simile alla crisi degli ostaggi del 1979 ha pesato sulle sue decisioni, spingendolo a ordinare un'immediata operazione di recupero. Nel corso delle operazioni, Trump sarebbe stato in parte tenuto fuori dai briefing più operativi: i suoi consiglieri, secondo fonti interne, hanno preferito aggiornarlo solo nei momenti chiave, ritenendo che la sua impazienza potesse interferire con la gestione minuto per minuto della missione. Uno dei due militari è stato tratto in salvo rapidamente, mentre il secondo è stato recuperato solo dopo una complessa operazione notturna, evitando quello che avrebbe potuto rappresentare uno dei momenti più critici della sua presidenza.
Parallelamente, Trump ha continuato a utilizzare toni estremamente aggressivi, arrivando a minacciare la distruzione della «civiltà iraniana» e a intimare la riapertura dello stretto di Hormuz, salvo poi annunciare una fragile tregua di due settimane a ridosso di un ultimatum. Secondo i suoi consiglieri, questa strategia comunicativa, volutamente imprevedibile, mira a spingere Teheran al negoziato. Dietro le quinte, però, il presidente appare combattuto. Ha ad esempio resistito all'ipotesi di inviare truppe per conquistare l'isola di Kharg, da cui parte circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane, temendo un numero troppo elevato di vittime americane e definendo i soldati potenziali «bersagli facili».
Il conflitto, iniziato il 28 febbraio, si sta rivelando più lungo e complesso del previsto, con lo stretto di Hormuz chiuso per settimane e i mercati energetici sotto pressione. Nonostante i successi militari rivendicati, l'assenza di una chiara strategia di uscita e le divisioni con gli alleati occidentali stanno complicando la gestione della crisi.
All'interno dell'amministrazione cresce inoltre il timore che lo stile impulsivo del presidente, fatto di dichiarazioni non coordinate e cambi di linea, possa compromettere la coerenza dell'azione politica e diplomatica. Nonostante ciò, la Casa Bianca ritiene ancora possibile una svolta negoziale nei prossimi giorni, con nuovi contatti allo studio anche attraverso il Pakistan.

