Più che un presidente degli Stati Uniti, a tratti sembra il protagonista fuori tempo massimo di una commedia italiana anni Settanta, a metà tra Bombolo e Alvaro Vitali. Solo meno divertente. Al Board of Peace, Donald Trump entra in scena come sa fare lui: microfono in mano, ego a pieno volume, e la convinzione che la politica internazionale sia una succursale del suo palco personale.

L’apertura è un’auto-incoronazione degna del Re Sole: «Credo non ci sia mai stato niente di più potente e prestigioso». Non è un’iperbole, è un marchio. Trump non presenta un organismo: lo battezza come il più grande di sempre. E naturalmente si mette al centro della cornice, l’uomo che “fa la storia” mentre gli altri, al massimo, la annotano.

Poi arriva la semplificazione che suona come slogan elettorale: «Quello che stiamo facendo è molto semplice, pace». Ripete la parola come fosse un jingle, ma la pace, nel suo racconto, è tutt’altro che morbida. Perché subito dopo spiega che il Board «vigilerà sulle Nazioni Unite e si assicurerà che funzionino correttamente». Non cooperazione, non dialogo: sorveglianza. L’Onu messa sotto tutela, come uno studente discolo che deve essere controllato dal preside.

Il discorso però non è lineare, è un flipper. Si passa da Gaza ai dazi, dalle relazioni personali agli endorsement, dai complimenti agli “amici” alle ramanzine agli altri. Cita Viktor Orban e Javier Milei, e sull’ungherese piazza la frecciata che vale un titolo: «Non tutti in Europa apprezzano questo endorsement, ma va bene così… sta facendo un ottimo lavoro sull’immigrazione». Poi la frase di compensazione: «Abbiamo un ottimo rapporto con l’Europa e con la Nato». Un colpo al cerchio, uno alla botte, e il messaggio resta sempre lo stesso: chi è con me è virtuoso, chi non lo è si arrangi.

Ma lo show non si ferma alla geopolitica. Perché il presidente infila anche la battuta che ha fatto sobbalzare più di un diplomatico: si vanta di aver «messo le mani addosso» a Melania in ascensore, «su una certa parte del corpo». Risate? Forse. Imbarazzo? Sicuro. Poi si gira verso il presidente del Paraguay, Santiago Peña, e lo definisce «giovane e bello», precisando subito: «Questo non vuol dire che mi devi piacere, a me non piacciono gli uomini giovani e belli, mi piacciono le donne». Diplomazia o cabaret? Il confine si dissolve.

Nel mezzo, la gag sul Nobel: «Quando ho visto questa nota ho pensato che stessero per assegnarmi il Premio Nobel, ma non mi importa, mi importa salvare vite». L’autoironia trumpiana funziona così: finge di rifiutare il premio mentre lo mette sul tavolo. Se non arriva, è perché il mondo non è pronto.

Poi torna a fare il Don Vito della situazione, con l’affondo più netto: l’Iran. «Serve un accordo significativo o succederanno cose brutte». E piazza il countdown: «Scopriremo cosa succede con l’Iran tra circa 10 giorni». La diplomazia diventa un bivio muscolare: o con noi, o “un percorso molto diverso”. La parola chiave non è pace. È forza.

Sul piano economico annuncia miliardi promessi per Gaza, sette adesso, cinquanta necessari. Numeri che servono più a costruire l’epica del metodo Trump che a chiarire un piano operativo. Perché il punto è sempre quello: io posso farlo, io posso chiudere il cerchio, io posso mettere ordine.

E attorno? Nessuna delle grandi potenze al completo, ma un perimetro che somiglia più a un club di affinità politiche che a un vertice globale. Un’armata Brancaleone geopolitica, con leader controversi e amici ideologici, venduta come «il board più potente e prestigioso della storia». Forse un filo esagerato.

Il risultato finale è un discorso che cambia tema senza transizioni, ma lascia tre ganci potentissimi: l’idea di un organismo internazionale a marchio Trump, la pretesa di mettere l’Onu sotto sorveglianza e un ultimatum a tempo sull’Iran. Se l’obiettivo era dominare le notizie, missione compiuta. Se l’obiettivo era convincere il mondo che questa sia la nuova grammatica della pace, resta una domanda sospesa: è diplomazia o è solo potere raccontato come spettacolo?