Il presidente Usa alterna canzonette e affondi: scherza su sua moglie, evoca il Nobel e annuncia che l’organismo «vigilerà sulle Nazioni Unite». Poi mette un countdown sull’Iran: «Tra 10 giorni vedremo». Più che un vertice globale, uno show di potere
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epa12667645 US President Donald Trump speaks during his special address at the 56th annual meeting of the World Economic Forum (WEF) in Davos, Switzerland, 21 January 2026. The meeting under the topic 'A Spirit of Dialogue' brings together entrepreneurs, scientists, and corporate and political leaders in Davos and takes place from 19 to 23 January in Davos. EPA/GIAN EHRENZELLER
Più che un presidente degli Stati Uniti, a tratti sembra il protagonista fuori tempo massimo di una commedia italiana anni Settanta, a metà tra Bombolo e Alvaro Vitali. Solo meno divertente. Al Board of Peace, Donald Trump entra in scena come sa fare lui: microfono in mano, ego a pieno volume, e la convinzione che la politica internazionale sia una succursale del suo palco personale.
L’apertura è un’auto-incoronazione degna del Re Sole: «Credo non ci sia mai stato niente di più potente e prestigioso». Non è un’iperbole, è un marchio. Trump non presenta un organismo: lo battezza come il più grande di sempre. E naturalmente si mette al centro della cornice, l’uomo che “fa la storia” mentre gli altri, al massimo, la annotano.
Poi arriva la semplificazione che suona come slogan elettorale: «Quello che stiamo facendo è molto semplice, pace». Ripete la parola come fosse un jingle, ma la pace, nel suo racconto, è tutt’altro che morbida. Perché subito dopo spiega che il Board «vigilerà sulle Nazioni Unite e si assicurerà che funzionino correttamente». Non cooperazione, non dialogo: sorveglianza. L’Onu messa sotto tutela, come uno studente discolo che deve essere controllato dal preside.
Il discorso però non è lineare, è un flipper. Si passa da Gaza ai dazi, dalle relazioni personali agli endorsement, dai complimenti agli “amici” alle ramanzine agli altri. Cita Viktor Orban e Javier Milei, e sull’ungherese piazza la frecciata che vale un titolo: «Non tutti in Europa apprezzano questo endorsement, ma va bene così… sta facendo un ottimo lavoro sull’immigrazione». Poi la frase di compensazione: «Abbiamo un ottimo rapporto con l’Europa e con la Nato». Un colpo al cerchio, uno alla botte, e il messaggio resta sempre lo stesso: chi è con me è virtuoso, chi non lo è si arrangi.
Ma lo show non si ferma alla geopolitica. Perché il presidente infila anche la battuta che ha fatto sobbalzare più di un diplomatico: si vanta di aver «messo le mani addosso» a Melania in ascensore, «su una certa parte del corpo». Risate? Forse. Imbarazzo? Sicuro. Poi si gira verso il presidente del Paraguay, Santiago Peña, e lo definisce «giovane e bello», precisando subito: «Questo non vuol dire che mi devi piacere, a me non piacciono gli uomini giovani e belli, mi piacciono le donne». Diplomazia o cabaret? Il confine si dissolve.
Nel mezzo, la gag sul Nobel: «Quando ho visto questa nota ho pensato che stessero per assegnarmi il Premio Nobel, ma non mi importa, mi importa salvare vite». L’autoironia trumpiana funziona così: finge di rifiutare il premio mentre lo mette sul tavolo. Se non arriva, è perché il mondo non è pronto.
Poi torna a fare il Don Vito della situazione, con l’affondo più netto: l’Iran. «Serve un accordo significativo o succederanno cose brutte». E piazza il countdown: «Scopriremo cosa succede con l’Iran tra circa 10 giorni». La diplomazia diventa un bivio muscolare: o con noi, o “un percorso molto diverso”. La parola chiave non è pace. È forza.
Sul piano economico annuncia miliardi promessi per Gaza, sette adesso, cinquanta necessari. Numeri che servono più a costruire l’epica del metodo Trump che a chiarire un piano operativo. Perché il punto è sempre quello: io posso farlo, io posso chiudere il cerchio, io posso mettere ordine.
E attorno? Nessuna delle grandi potenze al completo, ma un perimetro che somiglia più a un club di affinità politiche che a un vertice globale. Un’armata Brancaleone geopolitica, con leader controversi e amici ideologici, venduta come «il board più potente e prestigioso della storia». Forse un filo esagerato.
Il risultato finale è un discorso che cambia tema senza transizioni, ma lascia tre ganci potentissimi: l’idea di un organismo internazionale a marchio Trump, la pretesa di mettere l’Onu sotto sorveglianza e un ultimatum a tempo sull’Iran. Se l’obiettivo era dominare le notizie, missione compiuta. Se l’obiettivo era convincere il mondo che questa sia la nuova grammatica della pace, resta una domanda sospesa: è diplomazia o è solo potere raccontato come spettacolo?

