Dice “no alle armi”, accusa Salvini di inginocchiarsi, promette battaglia in Aula. Poi arriva la fiducia sul Dl Ucraina e i suoi tre deputati fanno la cosa più antisistema di tutte: salvano il governo.
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A che gioco gioca Roberto Vannacci? È una domanda legittima, perché il generale sembra aver inventato un nuovo sport parlamentare: la rivolta da fermo, il sovranismo col freno a mano tirato, lo “spacco tutto” con clausola di tutela per il governo. È la politica versione airbag: impatto annunciato, ma niente danni.
Perché il film l’abbiamo visto partire con un trailer fragoroso. Vannacci esce dalla Lega, scandalizzato dall’“inginocchiamento” di Salvini, stanco delle mezze misure, allergico ai compromessi. Fonda Futuro Nazionale come se dovesse essere l’ariete contro il Palazzo: “noi siamo diversi”, “noi siamo coerenti”, “noi non arretriamo”. E soprattutto: no alle armi all’Ucraina, no al sostegno militare a Zelensky, no ai giochini della politica “moderata” e “atlantista”. Granito politico, lo chiamerebbe qualcuno. Uomini duri. Quelli che se vedono una curva, la affrontano dritti.
Poi arriva la prima prova vera. Il primo voto che conta. Il Dl Ucraina, con un emendamento del governo a sostegno di Kiev. Ed ecco l’annuncio: i tre “vannaccini” – Ziello, Sasso, Pozzolo – voteranno contro. Bene, si direbbe: la linea è quella. Se sei contro il provvedimento, sei contro. È persino comprensibile, dentro la loro narrativa: “noi siamo la destra vera, la destra che non si piega, la destra che dice no”.
Solo che Palazzo Chigi non è nato ieri. Per evitare brutte sorprese, Giorgia Meloni mette la fiducia. E lì succede la magia, il trucco, l’illusionismo: i tre che dovevano “spaccare il Parlamento” si trasformano in tre mani alzate a favore del governo. Sì alla fiducia. Sì. Al. Governo.
Cioè: tu esci dalla Lega perché Salvini sarebbe troppo morbido, fondi un partito per contestare la linea della maggioranza su un tema cruciale di politica estera, e alla prima occasione utile fai l’unica cosa che non dovresti fare se vuoi davvero posizionarti “fuori” dal perimetro: voti la fiducia e metti in salvo l’esecutivo.
È un capolavoro di equilibrismo: “No al provvedimento, sì al governo”. Che tradotto significa: “Io protesto, ma con giudizio. Io urlo, ma senza spaventare nessuno. Io sono antisistema, ma non così tanto da farmi cacciare dal tavolo dove si mangia”.
Vannacci prova a spiegarla con una nota che sembra scritta da un manuale di ginnastica retorica. Dice: il voto di fiducia “non è nel merito” del provvedimento, serve a “delimitare un perimetro politico funzionale” e un partito di destra “sa bene dove stare”. E aggiunge la frase chiave, quella che svela tutto: “Non siamo uno strumento della sinistra che vuole destabilizzare la Nazione”.
Ecco il cuore. Non l’Ucraina, non le armi, non la coerenza. Il vero incubo di Vannacci non è sembrare incoerente: è sembrare, anche solo per sbaglio, nella stessa fotografia di Bonelli, Fratoianni, Renzi, Conte e Schlein. Meglio votare la fiducia alla Meloni che correre il rischio di finire – orrore – in un ragionamento in cui il suo voto potrebbe “favorire” le opposizioni.
È un’ossessione identitaria che produce un paradosso politico: ti vendi come ribelle, ma la tua prima preoccupazione è essere percepito come “affidabile” dal campo che dici di voler sfidare. E infatti Rossano Sasso lo dice chiaro: “Votiamo la fiducia, penso che sia un segnale abbastanza importante che non farà piacere a Pd, M5s e Avs”. Cioè: la bussola non è il merito del decreto, è far dispetto alla sinistra. La geopolitica come ripicca di condominio.
In tutto questo, la maggioranza ringrazia e incassa. Perché la fiducia è il cerotto perfetto: consente ai “duri” di dire che sono contro nel voto finale, ma intanto li costringe a firmare la fotografia più importante, quella che conta davvero nei rapporti di forza. Se voti la fiducia, in quel momento sei dentro. Sei nella stanza. Sei nella partita. E se poi ti metti a dire “no” al provvedimento, suona come una recita a soggetto: utile per il tuo pubblico, innocua per chi governa.
Non a caso, il capogruppo leghista Riccardo Molinari la infila dove fa più male: “Più che davanti al futurismo marinettiano annunciato, siamo davanti al trasformismo giolittiano certificato”. Traduzione: altro che rivoluzione, qui è il vecchio gioco delle posizioni, ma con una vernice nuova.
E le opposizioni, ovviamente, non si lasciano scappare l’assist. Davide Faraone lo ridicolizza: uomini senza paura, “granito politico”, e poi “si ritirano in buon ordine”. Marco Rizzo taglia corto: “Siamo alle comiche”. Riccardo Magi (+Europa) alza il livello e mette il dito nella crepa: con questo meccanismo “si lascia una porta aperta all’ingresso dei putiniani in maggioranza”. E qui la faccenda diventa più seria, perché la contraddizione non è solo teatrale: tocca la credibilità internazionale del Paese e la compattezza della coalizione su un dossier che, volenti o nolenti, definisce le alleanze.
Ma al netto delle valutazioni, resta l’effetto politico immediato: Vannacci voleva presentarsi come l’uomo che rompe gli equilibri. Al primo giro, però, non li rompe: li conferma. Voleva essere la scheggia impazzita: diventa il bullone di riserva. Voleva essere l’urlo contro il sistema: diventa la voce fuori campo che dice “tranquilli, non crolla nulla”.
E qui arriviamo alla domanda iniziale: a che gioco gioca? La risposta più semplice è anche la più impietosa: gioca a stare in due posti contemporaneamente. A fare l’oppositore senza essere opposizione. A raccogliere consenso arrabbiato senza pagare il costo dell’isolamento. A promettere la tempesta e poi presentarsi con l’ombrello quando il cielo si fa davvero scuro.
Perché votare contro la fiducia sarebbe stata una scelta netta. Avrebbe avuto un prezzo. Avrebbe reso reale la narrativa del “noi non ci pieghiamo”. Invece il sì alla fiducia è la scelta più comoda: ti permette di continuare a urlare “io sono contro” mentre, nei fatti, contribuisci a tenere su il governo che dici di voler incalzare.
È la politica del “cabaret serio”, come l’hanno chiamata. Ed è anche una lezione di realismo: quando arrivi in Parlamento con la promessa di spaccare tutto, scopri che il Palazzo non si spacca con i post, con le note, con le pose da granatiere. Si spacca con i voti. E quando arriva il voto che conta, Vannacci sceglie la cosa più rassicurante possibile: la stabilità. Quella degli altri.
Alla fine, l’unico perimetro davvero “funzionale” che si è visto è quello che Meloni ha tracciato con la fiducia. Dentro ci stanno anche i rivoluzionari di giornata, purché al momento giusto facciano la cosa giusta: alzare la mano. E così Futuro Nazionale debutta con un gesto di futuro molto italiano: chiamarlo “no” e votarlo “sì”.


