Dalla depersonalizzazione di Maduro, dipinto come narcotrafficante, ai leak pilotati: la guerra vinta sui media, il ruolo ambiguo dell’Italia e l’Europa divisa mentre Caracas diventa un laboratorio del modello Noriega oggi globale
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Dal punto di vista dei media, l'operazione Absolute Resolve è un capolavoro di narrativa di depersonalizzazione. Per mesi, la macchina comunicativa di Trump (attraverso Truth Social e i network alleati) non ha attaccato il "Presidente del Venezuela", ma il "Boss del Cartello de los Soles".
Le immagini di Maduro scortato dalla DEA, trasmesse in loop, non servono a informare, ma servono a trasformare principalmente un leader politico in un reperto giudiziario. È la tecnica del "character assassination" applicata su scala bellica. Della serie, se lo tratti come un narcotrafficante, l'opinione pubblica smette di vedere l'invasione di uno Stato sovrano e inizia a vedere una "maxi-operazione di polizia".
Mentre i radar venezuelani venivano oscurati, i social venivano inondati di "leak" orchestrati che mostravano la fuga dei gerarchi. La guerra si è vinta prima sugli schermi che nelle strade, inducendo la paralisi per terrore mediatico.
L'analisi accurata dei fatti rivela il punto più oscuro: perché la difesa aerea russa non ha reagito? La verità è che abbiamo assistito a una "vendita" all'incanto. Il cerchio magico di Maduro – gli stessi che oggi Marco Rubio definisce "interlocutori per la transizione" – ha ricevuto garanzie di immunità totale. La massiccia presenza di contractor americani nei punti strategici della PDVSA già nelle prime ore del blitz suggerisce che le coordinate GPS fossero già state consegnate settimane fa. È stato un colpo di stato "outsourcing", cioè seguito dagli americani, ma permesso probabilmente dal tradimento interno pagato in dollari.
La posizione italiana è il trionfo della dissociazione cognitiva diplomatica.
Il comunicato ufficiale di Palazzo Chigi dice che "l'azione militare non è la strada", ma poi aggiunge che "difendersi dal narcotraffico è legittimo". È una frase scritta per non dire nulla e dire tutto. Roma sa molto bene che se non avesse dato questo ambiguo "via libera", gli interessi italiani nei giacimenti di Cardón IV e Junín 5 sarebbero stati i primi a essere sacrificati sull'altare della "ricostruzione" a guida americana. Stiamo proteggendo 160.000 vite umane con la bocca, ma stiamo proteggendo anche miliardi di euro di asset con le mani.
La realtà è come un simulacro. Quello che stiamo vivendo è il primo conflitto dell'era dell'iper-realtà. La verità "Just-in-Time” è che in sostanza Trump non aspetta le conferenze stampa. Posta la foto di Maduro prigioniero sulla USS Iwo Jima prima ancora che il Pentagono confermi l'azione. Il media diventa l'evento stesso e non importa se l'atto è legale secondo l'ONU, importa che è visibile e virale.
Notiamo la frammentazione Europea. Il fatto che l'Italia si sia staccata dal coro di condanna di Francia e Germania dimostra come la narrativa americana sia riuscita a penetrare le crepe del governo Meloni, usando la leva del "nemico comune" (il narcotraffico) per bypassare la solidarietà europea.
Come stanno umanizzando il conflitto. I media americani stanno già diffondendo storie di venezuelani che "festeggiano" nelle piazze. Sono frame accuratamente scelti per coprire la realtà di milioni di persone barricate in casa, senza luce, nel terrore di cosa accadrà quando i contractor si ritireranno e inizierà la vendetta dei colectivos.
Ma cosa resta dopo la tempesta? Dietro il "successo" millantato da Washington, c'è un Paese che è stato trasformato in una stazione di servizio privata. Per i 160.000 italiani che vivono lì, la verità è che stanotte si sono sentiti merce di scambio. L'Italia ha scelto di essere "amica" del nuovo padrone per non essere cacciata dal giardino dei giochi, ma il prezzo è stato il sacrificio dell'idea stessa che esistano regole internazionali valide per tutti.
Oggi, il Venezuela è un laboratorio. Se il "Modello Noriega" funziona a Caracas, nessuno può più sentirsi al sicuro dietro la propria bandiera se questa non è protetta da un esercito nucleare.
*Documentarista






