Questa mattina il mondo si è svegliato con una notizia che fino a poche ore fa sarebbe sembrata impensabile persino nei peggiori scenari di escalation geopolitica: gli Stati Uniti d’America hanno condotto un’operazione militare in Venezuela, colpendo obiettivi nella capitale e catturando il presidente Nicolás Maduro e sua moglie, portandoli fuori dal Paese per incriminarli sul suolo statunitense. Il tutto è stato rivendicato apertamente come un atto di “giustizia” e di difesa della sicurezza nazionale americana.

Al di là di ogni giudizio su Maduro, sul suo governo e sulle accuse che da anni lo accompagnano, ciò che colpisce è la normalità con cui un’azione di questo tipo viene presentata: un Paese decide unilateralmente che un altro Stato è una minaccia, viola la sua sovranità, interviene militarmente, cattura il capo di quello Stato e lo porta via. Senza mandato internazionale, senza un processo condiviso, senza un quadro giuridico che non sia quello imposto dal più forte. È questo il punto centrale, ed è da qui che bisogna partire.

Non siamo di fronte a un evento isolato, né a un’eccezione dovuta all’urgenza del momento. Questa è una prassi che gli Stati Uniti hanno adottato e raffinato nel corso di decenni.

Panama, 1989: Manuel Noriega, fino a poco prima alleato e risorsa della CIA, diventa improvvisamente un nemico. L’invasione scatta, migliaia di civili muoiono, il leader viene catturato e trasferito negli USA per essere processato. All’epoca si parlò di lotta al narcotraffico e di ripristino della democrazia. Oggi sappiamo che si trattò di un’operazione che ignorò ogni principio di diritto internazionale e stabilì un precedente pericoloso: se Washington decide che sei un problema, verrà a prenderti.

Lo stesso schema si ripete nel 2011 con Osama bin Laden. Moralmente, pochi piangeranno per la sua morte. Ma giuridicamente l’operazione fu un’incursione militare non autorizzata in Pakistan, Stato sovrano. Nessun mandato ONU, nessun coordinamento reale. Un messaggio chiaro al mondo: la legge vale finché non intralcia gli interessi americani. La “sicurezza” diventa il passepartout per qualunque azione, anche le più estreme.

Poi c’è l’Iraq, il caso forse più emblematico e più devastante. Una guerra fondata su menzogne, su armi di distruzione di massa mai esistite, che ha causato centinaia di migliaia di morti, destabilizzato un’intera regione e aperto la strada a nuovi terrorismi. Anche lì la parola d’ordine era sicurezza. Anche lì si parlava di un pericolo imminente. E anche lì, guarda caso, c’erano enormi interessi energetici in gioco.

L’Afghanistan completa il quadro: vent’anni di occupazione militare, milioni di vittime dirette e indirette, un Paese lasciato esattamente come lo si era trovato, se non peggio. Il terrorismo non è stato sconfitto, la stabilità non è arrivata, ma l’apparato militare-industriale americano ha continuato a macinare profitti, mentre la retorica della sicurezza giustificava l’ennesima sospensione del diritto.

Il Venezuela si inserisce perfettamente in questa traiettoria. Un Paese ricchissimo di petrolio, con le più grandi riserve al mondo, da anni sotto sanzioni, strangolato economicamente, delegittimato politicamente. Ora, improvvisamente, il salto di qualità: non più solo pressioni, non più solo embargo, ma l’intervento diretto. La cattura del presidente. La violenza portata nel cuore di uno Stato sovrano. E ancora una volta, la parola magica: sicurezza degli Stati Uniti.

È difficile credere che tutto questo non abbia nulla a che fare con le risorse. Ogni volta che gli Usa hanno deciso di “salvare” un Paese, quel Paese custodiva qualcosa di strategico: petrolio, gas, rotte commerciali, influenza geopolitica. La coincidenza è ormai così sistematica da non poter più essere ignorata. La guerra diventa lo strumento, la sicurezza la giustificazione, il bottino il vero obiettivo.

Il paradosso è morale prima ancora che politico. Gli Stati Uniti si presentano come i garanti dell’ordine mondiale, ma agiscono sistematicamente al di fuori di esso. Parlano di diritto, ma lo piegano. Parlano di giustizia, ma la amministrano con i droni e i commando. Parlano di libertà, ma la impongono con le bombe. È una contraddizione che non può più essere mascherata dalla retorica.

La situazione che viviamo oggi è, francamente, assurda. Una superpotenza che si arroga il diritto di decidere chi può governare, chi deve essere arrestato, chi merita di vivere e chi no. Un impero che non risponde a nessuna autorità superiore, che non paga mai davvero il prezzo delle proprie azioni, che continua a muoversi come se il mondo fosse ancora una scacchiera coloniale.

Il problema non è difendere Maduro. Il problema è difendere un principio: nessuno Stato dovrebbe avere il potere di agire come padrone del mondo. Perché oggi è il Venezuela, ieri era l’Iraq, domani potrebbe essere chiunque non si allinei. E quando la legge internazionale diventa opzionale per i più forti, allora non esiste più alcuna legge, ma solo la forza. E la storia ci insegna che quando la forza sostituisce il diritto, il conto, prima o poi, lo pagano sempre i popoli.