Il rosso del broccato non è un colore, è un grido. Spacca il grigio delle chianche di Cervicati mentre il paese si avvita su se stesso in un serpente di braccia intrecciate. Non chiamatela danza. La “Vala” è un assedio coreutico, un’imboscata di seta e oro che scatta nell'ora più sporca del Carnevale, quando il Martedì Grasso esala i suoi ultimi respiri di vino cattivo e polvere. Qui l'antropologia non si legge nei libri ma si sente nel sudore delle mani che si stringono a catena, in quel ritmo che l’etnomusicologo Vincenzo La Vena ha decifrato in un mio documentario alla fine degli anni ‘90 come una specie di codice di guerra mascherato da festa.

Cervicati non balla solo per divertire il forestiero. Balla anche per recingerlo, ma solo in alcuni casi, se il forestiero merita di essere ammesso come in un rito iniziatico. La catena umana si snoda tra i vicoli come un muscolo che si contrae, una geometria variabile che improvvisamente si chiude attorno alla preda. Chi finisce nel cerchio è un ostaggio. Il riscatto è un bicchiere di quello buono, un rito di passaggio che trasforma l’estraneo in complice. È una prepotenza gentile, un esercizio di sovranità arcaica esercitato su un territorio che la storia ha provato a diluire per cinque secoli, senza mai riuscirci davvero.

In questo teatro di resistenza, le armature di seta portano un marchio invisibile ma indelebile. Ogni piega, ogni punto erba, ogni incastro millimetrico di galloni dorati parla il linguaggio di Florindo Lanzillotta. Il "mastro" sarto, scomparso qualche anno fa, non consegnava semplici vestiti ma opere d'arte che pesavano addosso come il destino di un popolo. Florindo era l'ingegnere del broccato. Le sue mani, nodose e sapienti, hanno architettato per decenni la struttura stessa della dignità arbereshe, trasformando un pezzo di stoffa in un vessillo di appartenenza. Senza il suo occhio critico, capace di scovare l'imperfezione in un riflesso di luce, la Vala oggi sarebbe un po' più opaca. Ogni donna che sfila oggi a Cervicati porta con sé un frammento del suo genio, un’eredità cucita tra le fodere che resiste all'usura del tempo e all'oblio della memoria.

Sotto le gonne pesanti, tra le pieghe rigide che sembrano scolpite nel metallo più che tessute nel raso, batte però il cuore ferito di una diaspora che oggi combatte contro un nemico più subdolo del Turco: lo spopolamento. Cervicati, a malapena, si gonfia di vita per un giorno o forse due, una sorta di rianimazione cardiaca collettiva che fa battere i polsi della Media Valle del Crati, ma l’eco dei passi sulla pietra si scontra con troppe finestre chiuse. Case che un tempo traboccavano di fumo di camino, odore di polpette e “pittuli”, oggi guardano la strada con occhi spenti di persiane sprangate. Il rito è potente, sì, ma ha perso quella densità carnale di quando le strade erano così affollate da non riuscire a distinguere chi ballava da chi guardava.

C’è una ferocia estetica in tutto questo, venata però di una sottile malinconia. Gli abitanti possiedono un’orgogliosa schizofrenia: cittadini del presente, ma custodi di un tempo circolare dove il Martedì Grasso (“Martimuzzu”) è il perno del mondo. L’abito d’oro di mastro Florindo non è un travestimento. È un armatura identitaria. Ogni spilla, ogni ricamo della “jppuni” e “suttana” raccontano di una genealogia che si rifiuta di farsi omogeneizzare dalla noia della modernità, anche se i protagonisti di questa resistenza sono sempre meno. È un paradosso carnale. Mentre il resto d'Italia si uniforma in un Carnevale di plastica e playlist preconfezionate, qui si continua a mettere in scena, a stento, il sequestro simbolico dell'altro per riaffermare un "noi" che ogni anno si fa più sottile, più prezioso, come un filo di seta che minaccia di spezzarsi.

Non c'è spazio per la cortesia asettica dei documentari patinati. La “Vala” è polverosa, rumorosa, a tratti minacciosa nella sua intensità. È l’antropologia del corpo che si fa confine tra ciò che eravamo e ciò che stiamo diventando. Gli uomini e le donne che compongono la catena non sono semplici esecutori di un passo ereditato, ma sono i terminali nervosi di una memoria collettiva che usa il movimento a serpentina per difendere un perimetro invisibile contro l'avanzata dell'abbandono. Ogni strappo, ogni accelerazione della fila è un colpo di frusta alla rassegnazione dei paesi che scivolano verso il silenzio.

Quando la catena finalmente si scioglie e l'eco dell'ultimo canto si perde tra le colline, resta addosso un senso di vertigine. Non è il ricordo di uno spettacolo banale, ma il sapore di un’invasione subita e accettata in un paese che si svuota per trecentosessantaquattro giorni per poi esplodere nell'ultimo. La Vala finisce, ma l’assedio continua nel silenzio dei vicoli, dove ogni pietra sembra ancora vibrare del calpestio ritmico di chi sa che, finché ci sarà qualcuno da catturare nel cerchio, la loro storia non sarà mai soltanto un capitolo chiuso. Resta da capire, mentre ci si allontana con il sapore aspro del vino ancora in bocca, se le opere d'arte lasciate da mastro Florindo Lanzillotta riusciranno a trattenere ancora a lungo le anime tra queste mura, o se la catena finirà per chiudersi su se stessa, in un ultimo, bellissimo abbraccio di seta prima del buio.

*Documentarista