Dalla Calabria alle passerelle internazionali, passando per Milano, New York, Miami, la Russia, gli Emirati Arabi e il Giappone. Claudio Greco è uno degli stilisti calabresi che negli anni ha costruito uno stile riconoscibile, fondato sull’eleganza, sull’artigianalità e su un forte legame con le proprie radici.

Ospite del Mediterraneo Festival Corto, dove ha presentato una collezione ispirata al cinema, Greco racconta il rapporto tra moda e Settima Arte, il valore dell’alta sartoria nell’epoca del fast fashion, la sua esperienza internazionale e l’amore mai venuto meno per la Calabria. Nell’intervista che segue, Greco parla anche di intelligenza artificiale, di pace, dei giovani e dei progetti che guarda con entusiasmo per il futuro.

Al Mediterraneo Festival Corto ha presentato una collezione dedicata al cinema. Che rapporto esiste tra moda e Settima Arte? In che modo un film può ispirare la nascita di un abito?
«Sono sempre stato appassionato di cinema e, in passato, ho avuto anche un piccolo ruolo come attore. Penso che il cinema non possa esistere senza la moda, perché gli abiti raccontano epoche, personaggi e stili. Se si pensa a La febbre del sabato sera, è impossibile non ricordare la giacca attillata e i pantaloni a zampa indossati da John Travolta. Per me un film ispira la nascita di un abito perché il carattere dei personaggi e il contesto storico prendono forma proprio attraverso il costume».

Oggi la moda cambia con una velocità impressionante. Secondo lei che cos’è davvero la moda? È soltanto seguire le tendenze oppure rappresenta un linguaggio capace di raccontare la personalità e il nostro tempo?
«Ogni mio abito è un messaggio che prende forma attraverso il tessuto, i colori, le fantasie e lo stile. Le tendenze esistono, ma ciascuno di noi veste soprattutto la propria personalità».

Le sue creazioni hanno uno stile ben riconoscibile. Se dovesse descrivere la “firma” di Claudio Greco, quali sono gli elementi che la distinguono?
«In ogni mio abito non può mai mancare il carattere. I miei capi raccontano donne che ho incontrato nel corso della vita e che mi hanno colpito profondamente: grandi attrici ma anche persone comuni. C’è l’abito romantico e delicato, quello più estroso ricco di paillettes e il pizzo, che per me resta sempre sinonimo di eleganza».

Lei ha scelto di vivere e lavorare in Calabria. Quanto è stato difficile affermarsi partendo da una regione lontana dai grandi centri della moda italiana? Ha mai pensato di trasferirsi definitivamente a Milano o all’estero?
«Ho lasciato la Calabria a ventiquattro anni. Era il momento giusto per spiccare il volo, fare esperienza e conoscere il mondo. Ho vissuto a Milano, negli Stati Uniti, tra New York e Miami, poi in Russia, negli Emirati Arabi e in Giappone. Ovunque, però, sentivo la mancanza della mia terra. Per questo ho deciso di tornare in Calabria».

Nei suoi lavori la Calabria è spesso protagonista. Cosa significa raccontare questa terra attraverso la moda? Quanto le sue radici influenzano la sua creatività?
«Credo sia qualcosa di innato, parte della mia identità. In ogni mio abito c’è un pezzo di Calabria perché c’è una parte di me. È anche un modo per ricordare e valorizzare le bellezze e le ricchezze della nostra terra».

Viviamo in una società sempre più veloce, dominata dai social e dall’apparenza. Crede che oggi si stia perdendo il gusto dell’eleganza oppure l’eleganza ha semplicemente cambiato volto?
«Oggi si dà molto spazio al desiderio di apparire e di essere estrosi. Anche questa, però, è una forma di espressione e la comprendo. Non credo esista un vero e proprio “vestirsi bene”: tutto dipende dalla personalità con cui si indossa un abito».

Oggi sembra prevalere il fast fashion. Che valore attribuisce invece all’alta sartoria e al lavoro artigianale?
«La vera moda è artigianato. La scelta dei tessuti e le cuciture realizzate a mano rappresentano l’essenza stessa della moda».

Qual è stato il momento più difficile della sua vita personale e professionale? C’è stato un istante in cui ha pensato di fermarsi?
«Ognuno attraversa periodi difficili, ostacoli che sembrano insormontabili e momenti di grande dolore. Li ho vissuti anch’io, ma la passione per il mio lavoro mi ha sempre aiutato a reagire. Anche durante il Covid, quando tutto sembrava fermo, ho trovato nella creatività la forza di andare avanti e mi sono raccontato in un cortometraggio realizzato a Tropea».

Qual è stata invece la soddisfazione più grande?
«Ogni abito che arriva in passerella rappresenta una grande soddisfazione. Il consenso del pubblico e i suoi applausi riempiono il mio cuore di gioia e mi danno ogni volta nuove conferme».

Guardandosi indietro, qual è l’errore più importante che ritiene di aver commesso?
«Più che un grande errore, penso che ciascuno di noi abbia qualcosa che, con il senno di poi, avrebbe fatto diversamente. Forse avrei potuto sfruttare meglio alcune opportunità, ma sono felice della persona che sono oggi e non ho rimpianti».

C’è ancora un sogno che non ha realizzato?
«Sicuramente sì. Ma se lo raccontassi, magari non si avvererebbe. Quindi… attendete e vedrete».

Come immagina il suo futuro?
«Sono una persona in continuo movimento. Non faccio in tempo a concludere un progetto che già ne sto immaginando un altro. Forse è per questo che molti mi definiscono un “vulcano”. Ho già diversi progetti pronti e tante idee che aspettano soltanto il momento giusto per diventare realtà».

Viviamo un’epoca segnata da guerre, tensioni internazionali e crescente individualismo. Anche la moda può lanciare messaggi di pace?
La moda può e deve essere un veicolo di pace. Non a caso ogni mia sfilata si conclude con un momento dedicato proprio alla pace, perché credo sia importante sensibilizzare le persone e non smettere mai di gridare: Pace».

Come immagina la moda dei prossimi dieci anni?
«La immagino in perfetta sintonia con l’intelligenza artificiale, che ormai è diventata uno strumento importante della nostra vita. Ho avuto modo di sperimentarla personalmente in un progetto realizzato con l’Università della Calabria: abbiamo creato abiti con tessuti, colori e stampe sviluppati grazie all’intelligenza artificiale. È stata un’esperienza unica, molto apprezzata dal pubblico».

Che consiglio darebbe a un giovane calabrese che sogna di diventare stilista?
«Direi soprattutto di avere tenacia. Ogni sogno richiede forza, determinazione e pazienza. Non bisogna mai scoraggiarsi, perché ogni esperienza è preziosa e ogni occasione può trasformarsi in una straordinaria fonte di ispirazione».