Le campane tacciono. Al loro posto, riecheggia il tratteggio della troccola, il fiato strozzato della buccina, il passo sordo dei tamburi. Il Venerdì Santo a Cassano all'Ionio, per le strade dell'antico centro storico, la città si trasforma in qualcosa di più antico di sé stessa. Le vie tortuose che conducono dalla Cattedrale a Piazza Matteotti diventano il percorso di uno dei riti pasquali più intensi e studiati dell'intera Calabria con la Processione dei Misteri, un cerimoniale che affonda le proprie radici nel Medioevo e nella dominazione spagnola, custodito intatto da secoli di fede popolare. Ma il momento che ogni anno sospende il respiro di chi assiste, cassanese o forestiero, è quando fanno la loro comparsa i flagellanti, in dialetto, semplicemente, i “discipljnj”.

Prima ancora che la processione si metta in moto, in qualche locale attiguo alla Cattedrale (negli ultimi anni nel Succorpo), si compie “la vestizione”, un rito intimo e silenzioso. Uno per uno, gli uomini e le donne che hanno fatto voto indossano la tunica bianca aiutandosi a vicenda. Poi calano il cappuccio, in dialetto “u ciddizz”, che copre interamente il volto. Da quel momento in poi, non sono più riconoscibili. Scelgono di non esserlo, l'anonimato è parte essenziale del voto. Chi si flagella lo fa nella sfera più privata della propria coscienza, senza voler essere riconosciuto, senza cercare ammirazione. Il cappuccio bianco è una forma di umiltà radicale, si porta il peso davanti a Dio, non davanti agli uomini. Eppure, paradossalmente, la loro presenza è tra le più visibili dell'intera giornata.

Una volta pronti, impugnano le “discipline”, flagelli di ferro battuto a cinque lingue (praticamente placche di ferro agganciate a elementi di una catena ripetute per cinque strisce), lo stesso strumento che per secoli ha dato il nome all'intera pratica penitenziale. E cominciano a battersi sulle spalle, ininterrottamente, per ore. Quello che colpisce, anno dopo anno, è il numero. Non si tratta di pochi devoti isolati, i Disciplini di Cassano sono una presenza massiccia, che nel corso del Novecento ha raggiunto picchi di oltre duecento unità nei momenti di crisi più acuta della comunità, come durante il secondo conflitto mondiale e nel dopoguerra immediato. Non è una coincidenza. È una costante antropologica. Negli anni Settanta e Ottanta, decenni di relativa stabilità , il numero calò sensibilmente. Ma ogni volta che la comunità ha attraversato momenti di fragilità collettiva (la guerra, la miseria, l'emigrazione di massa, la disoccupazione, le crisi più recenti) le tuniche bianche sono tornate ad affollare il corteo. Il rito, insomma, è un termometro involontario del dolore collettivo.

Chi sono, questi uomini e donne incappucciati? Sono padri che hanno visto un figlio sfiorare la morte. Sono madri che durante le guerre vestirono l'abito bianco del flagellante per pregare il ritorno di un marito mandato al fronte. Sono malati guariti o che sperano di guarire. Sono emigranti che tornano per onorare una promessa fatta lontano da casa, in una città del Nord o all'estero, in un momento di smarrimento e nostalgia. Il voto può nascere da una malattia grave, propria o di un familiare, da un incidente scampato, da una gravidanza a rischio, da una perdita di lavoro, da una separazione devastante. Non esiste un catalogo delle ragioni, esiste solo la misura personale del proprio dolore e della propria gratitudine. Chi ha ricevuto una grazia la restituisce con il corpo, chi chiede una grazia la negozia con la carne. Essi contemplando i patimenti di Cristo, imitando con la flagellazione la passione dell'Uomo-Dio, sperano di risorgere, come Lui, dal male presente e dalla morte temuta. La processione diventa il luogo dove riversare uno strazio altrimenti inesprimibile, un’occasione per il dolore che è anche, e soprattutto, un atto di speranza ostinata.

La pratica della flagellazione rituale ha una storia lunga e stratificata con le confraternite che nascono nella seconda metà del Duecento. A Cassano, la tradizione è documentata almeno dal XV secolo. L'influenza della dominazione spagnola ha plasmato in modo determinante la forma attuale della processione, con le sue “varette” di cartapesta, i suoi canti di passione, il suo ritmo da sacra “rappresentazione”, le radici sono medievali e cristiane. La Processione dei Misteri è una forma di identità. Nel momento in cui le “Varette”, che rappresentano i misteri della Passione, dal Cristo nell'orto al Cristo deposto, sfilano per il centro storico, tutta la comunità si riconosce in esse. I portatori delle Varette (sempre in meno rispetto alle necessità), i cantori che intonano “U Lamin”t e” U Jesu”, le donne con il loro grido antico di dolore e pentimento, i fedeli che baciano il Cristo Morto e l'Addolorata toccandola con un fazzoletto da custodire gelosamente, ognuno ha il proprio ruolo nel grande rito collettivo. E al centro di tutto, l'Addolorata del XVII secolo, la Madonna con la corona d'oro, attorno alla quale ruota il momento più carico di piazza Paglialunga, quando i “disciplinj” si dispongono a perimetrare la piazza e la statua compie il suo giro solenne a 360 gradi. È in quel momento che lo sguardo di chi osserva incrocia quello, invisibile, nascosto sotto il cappuccio, di uno dei flagellanti. Un uomo o una donna che ha scelto di portare il proprio dolore in pubblico rendendosi irriconoscibile. Un paradosso che dice molto sulla natura del sacro in cui si mostra tutto e non si rivela niente. Quella determinazione, silenziosa, anonima, ostinata, è forse la chiave di tutto. I “disciplinj” non sono relitti folkloristici di un passato superstizioso, sono persone del presente, con le crisi del presente, che hanno trovato nel corpo il linguaggio per dire ciò che le parole non bastano a contenere. Il voto fatto in un ospedale, in una notte di paura, in una casa di emigrante, viene onorato qui, sotto questo cappuccio, in questa strada, in questo giorno che per tutta la comunità ricomincia uguale ogni anno e ogni anno è diverso.

Quando le “Varette” rientrano in Cattedrale e la folla si scioglie lentamente, quando il Venerdì Santo cede il passo all'attesa della Resurrezione e la città riprende il solito passo, i “disciplinj” si svestono in silenzio, nel luogo riservato, lontano dagli sguardi. Tornano ad essere riconoscibili, tornano ad essere sé stessi. Finché l'anno prossimo il voto non li chiamerà di nuovo.