La storia di Vincenzo Piazzetta è custodita dal suo bancone di lavoro: un tavolo acquistato tanti anni fa che ora presenta, con dignità, i segni dell’usura per il duro lavoro. «Costruire uno strumento significa assemblare legni con timbriche diverse che, unite, danno origine al suono ricercato». Per capire cosa significa, Saverio Caracciolo ci ha portati nel suo laboratorio a Lamezia (qui la puntata).

Il liutaio Vincenzo Piazzetta
Vincenzo Piazzetta

Un ambiente in penombra, in cui è possibile solo scorgere delle sagome, accende dapprima la curiosità. Non è difficile immaginare, grazie alla fioca luce di una lampada, che ci troviamo in un laboratorio di liuteria. Ma come opera un maestro liutaio? Per farlo, Vincenzo accende la luce, rivelando attrezzi di vario tipo: scalpello, sgorbia, mazzuolo, martello; perfino, una targhetta di legno con cui la piccola Emma, aka “Perzichella” ricorda a “zio Bubbolo” quanto gli vuole bene. Perché, come spiegherà più avanti: «è importante che in bottega ci sia una buona energia per creare un buono strumento».

Nella sua bottega, Vincenzo crea vari tipi di strumenti musicali, in particolare gli strumenti ad arco - da quelli scolpiti a quelli a fasce - ma non si preclude la possibilità di spaziare fino alle percussioni con l’utilizzo delle pelli. «La realizzazione di uno strumento è la realizzazione di un’estetica personale, di un pensiero». Ogni strumento pensato e realizzato da Vincenzo diventa, dunque, la concretizzazione della sua visione della realtà. Così, quello che per lui è un punto di arrivo - il pensiero che diventa materia - il percorso diventa inverso quando consegna lo strumento al musicista: la materia diventa il punto di partenza per il pensiero del musicista.

Vincenzo Piazzetta ha studiato Economia e Commercio e ha una seconda laurea in Lettere. Una solida formazione accademica che, tuttavia, non soddisfa la sua necessità di ricerca musicale. Intraprende così un percorso di studio e creazione di strumenti musicali, concentrandosi sulla ricerca della lira calabrese, dopo aver conosciuto il mondo pastorale. Per le sue conoscenze ringrazia Natale Rotella, la cui proposta di entrare a contatto con il mondo pastorale per un mese - frequentando dal vivo i pascoli - si estese poi a diversi anni, finché il maestro non passò a miglior vita, portando con sé una delle ultime testimonianze reali di incontaminazione dalla modernità.

La prima conoscenza che Vincenzo si porta a casa è la costruzione della zampogna. «È stato un percorso complesso perché richiedeva presenza costante accanto al pastore durante il pascolo. Gli animali hanno le proprie esigenze da rispettare; la natura detta i propri ritmi...» sì, perché il legno utilizzato per la realizzazione della zampogna non si trova in commercio, ma deve essere reperito in natura, rispettando i suoi tempi.

Come in ogni bottega che si rispetti, anche quella targata Piazzetta ha degli oggetti scaramantici, dalle corna di capretta che arrivano dal Vibonese ai cornetti napoletani, laccetti rossi, la figurina di San Gennaro… Insomma, è sempre meglio scongiurare i pericoli dovuti alle lame con ogni forma di prudenza!

Per la costruzione della lira non si può ricorrere a una eredità tramandata secolarmente, come invece accade per la zampogna o la chitarra battente, strumenti per i quali si è potuto ricorrere agli ultimi maestri ancora in vita. Questo, se da una parte comporta una grande sfida, dall’altra dà assoluta libertà nella ricerca, senza porre limiti. Così facendo, Vincenzo nel corso del tempo sviluppa anche una grande conoscenza organologica.

Il logo di Vincenzo Piazzetta nasce da un timbro del Settecento, dono del nonno (che a sua volta lo ricevette in dono) e testimone di quattro generazioni di artigianato. In questo fregio, una fenice rinasce stringendo un fiore, facendosi simbolo del lavoro di Vincenzo: il legno antico che ritrova vita e si trasforma, per la prima volta, in musica.

Vincenzo dichiara di essere di scuola napoletana, e quindi, di non utilizzare delle forme preimpostate (come nella scuola cremonese) che assicurino simmetria tra un lato e un altro. Ciò rende ogni strumento unico a se stesso. Costruire uno strumento musicale richiede cura del dettaglio, ma anche di tipo emotivo. Un tamburo sciamanico non è solo legno e pelle; è un recipiente emotivo. Vincenzo ha imparato a proprie spese che l'agitazione del creatore può restare imprigionata tra le fibre, trasmettendo vibrazioni negative a chi lo suona.

Costruire uno strumento significa plasmarne l'anima. Per questo Vincenzo non è solo un artigiano delle note, ma un alchimista dell'anima della musica.