Rocco abita nella parte antica di Vallefiorita (Cz). E di ricordi antichi, lui che è nato nel ‘36, ne ha parecchi. Oggi il suo compagno è Pasqualino, un fido compagno che precede sempre la sua via scansandolo da ogni pericolo, dal momento che continua ad andare in campagna con lo stesso entusiasmo di sempre, nonostante abbia raggiunto i 90 anni. Gli abbiamo chiesto cosa ricordasse della Pasqua dei suoi tempi. È stato strano scoprire che il primo ricordo fosse legato alla guerra; la Pasqua, il periodo di pace e riconciliazione per eccellenza, evoca ricordi di guerra. Eppure, la guerra c’era. D’altro canto, la guerra continua a esserci.

«A Pasqua andavamo in campagna, nelle montagne. Sì, pure a Pasqua lavoravamo. Lasciavamo le nostre case e pernottavamo nei “pagghjiari [o pagliari; abitazioni accampate in maniera grossolana e rudimentale]. Io ricordo che c’era la guerra quando ero piccolino. Avevo appena quattro anni. Nel cielo, passavano sempre “l’apparecchji” (gli aeroplani). Io mi trovavo in località “Martina” con la mia famiglia. Un giorno ne sentì uno più vicino del solito. A un certo punto, un forte boato interruppe le nostre attività, lasciandoci sconvolti. Furono minuti di terrore. Ma ecco l’accaduto: uno di quegli aerei era cascato proprio nella nostra montagna! Allora, avendolo scoperto, sentivo i signori anziani organizzarsi tra di loro per raggiungere il punto esatto dell’incidente. Io volevo accodarmi, perché vedere da vicino un aeroplano destava tanta curiosità in me. Ma questo loro tragitto continuava a essere sempre un lavoro, poiché lo scopo era tirare via dall’aereo dei pezzi di ferro per costruirci “i zappuni” [le zappe]. Non c’era molto spazio per il divertimento, sai. Ricordo, poi, che il pilota riuscì a salvarsi, con il paracadute. Lo portarono al comune e lui dichiarò che quella era la seconda volta che stava rischiando la vita, alla stessa maniera. A Martina avevamo una grotta sotto terra che usavamo per ripararci dai pericoli. Ci dicevano: “Quando suona la sirena, a ricovero si va. L’apparecchio americano sgancia i bumbi e si ‘nda va” [sgancia le bombe e se ne va].»

«Poi mi ricordo i dolci tipici, dalle cuzzupe, ai biscotti con le uova, ai pittiniàpiti [o pittinièpiti; le nepitelle]. Quando andavamo a raccogliere il grano, ci raccomandavano di raccogliere ‘a spica, quindi la parte che cadeva, perché tutto il raccolto era buono da consumare; non si doveva buttare niente! E in cambio di questo lavoro parsimonioso ci promettevano qualche biscotto, una cuzzupa, qualcosa da mangiare. Non è che ci fosse tanto cibo, però. Questo lo sottolineo. Capitava che ammazzassero una vacca al fiume, nelle cui vicinanze si ergeva un albero gigante e sui cui rami ne appendevano le carni. Intanto il sangue colava e le persone vi correvano sotto, con una bacinella, a raccoglierlo per poi friggerlo. Eh sì, non buttavamo niente. Tutto era buono da mangiare. Tutto. E se non lo era, lo diventava quando avevamo fame (e di fame, ne avevamo parecchia). Ricordi che ti ho detto che c’era la guerra? Ecco, quando prendevamo i frutti del raccolto, dovevamo consegnarne una parte al governo. E quindi, in questa situazione di fame, anche il sangue era buono».

Se Rocco vedeva gli aerei di guerra nel cielo, a Vallefiorita c’è stato chi rompeva il confine tra realtà e illusione, vedendo in cielo ’u Signura e ‘a Madonna. È il caso di Paolina, che più volte ha raccontato queste apparizioni ultraterrene. «La Madonna è molto bella, bellissima, con il velo azzurro che le copre tutti i capelli. Poi a un certo punto compare Gesù, che a tratti sembra più grande della madre. Un bel ragazzo, molto scuro e con una tunica bianca. Capelli e barba lunghi non mi piacciono, ma lui li porta così e io lo amo lo stesso».


Non sarebbe stato sufficiente l’aspetto fisico di Gesù a farle perdere la profonda devozione e ammirazione nei Suoi confronti. Ogni anno, questa dolce signora che non si è mai sposata per restare “pura” e che ha sempre rispettato i precetti della chiesa (finché ne ha avuto le forze), preparava “a grasticeda” per il suo Signore, come simbolo di purificazione dalle trasgressioni e riconciliazione con Gesù e la Madonna. E si batteva il petto con lamenti e lacrime nel chiedergli perdono per tutti i peccatori. Tanto più lei che abitava in una casetta vicino al Calvario si sentiva particolarmente legata al dolore di Cristo. E ancor di più lei, nata il 23 marzo, si sentiva figura integrante del periodo pasquale. E ora che in quella casetta vicino al Calvario non c’è più nessuno - perché Paolina ha raggiunto in cielo ‘u Signura e ‘a Madonna - il ricordo delle sue tradizioni fiorisce ogni primavera come quei chicchi di grano che in inverno metteva in un barattolo per avere ‘a grasticeda da consegnare al sepolcro del suo Gesù.