L’imprenditrice racconta la sua azienda tra benessere animale, sostenibilità, innovazione e costi crescenti: «La nostra regione ha un potenziale enorme che deve ancora essere espresso»
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Dalle uova biologiche alla sfida di fare impresa in Calabria. Antonella Gullà è un’imprenditrice agricola che ha scelto di investire nella qualità, nel benessere animale e nella sostenibilità. Insieme alla sua famiglia porta avanti un’azienda che ha fatto della produzione biologica una scelta precisa, coniugando tradizione, innovazione e attenzione alla filiera.
Dietro una confezione di uova c’è molto più di quello che vediamo sugli scaffali: ci sono lavoro quotidiano, investimenti, controlli, costi crescenti e una sfida continua con un mercato sempre più difficile.
In questa intervista Antonella Gullà racconta il suo lavoro, le difficoltà dell’agricoltura calabrese e la sua idea di futuro: perché anche in Calabria si può ancora fare impresa, creare valore e costruire nuove opportunità.
Antonella, partiamo da una cosa apparentemente semplice: un uovo. Cosa significa oggi produrre uova biologiche di qualità, rispettando il benessere delle galline e facendole vivere all’aperto?
Quando abbiamo iniziato la produzione di uova biologiche non l’abbiamo fatto per moda, ma per una convinzione profonda. La garanzia della qualità e della freschezza per chi mangia le uova è direttamente proporzionale al benessere delle galline e all’ambiente nel quale vivono.
Produrre uova biologiche significa tutelare tutti: l’essere umano, gli animali e, non ultima, la natura. Questa alchimia si può ottenere solo garantendo alle galline spazi ampi, aria, luce naturale e un’alimentazione di qualità.
La vostra è un’azienda giovane, ma avete investito molto. Qual è stata la scelta che vi ha permesso di crescere?
Sì, siamo un’azienda giovane, ma in fondo siamo sempre una piccola azienda, dalle dimensioni ridotte. Riusciamo a produrre qualità anche grazie a questa caratteristica: contrariamente al pensiero comune, piccolo non significa inferiore, ma diverso e, a volte, migliore.
Siamo consapevoli che l’agricoltura di oggi non è quella dei nostri nonni. Fare biologico significa fare innovazione e investimenti. Significa applicare la scienza al benessere animale, studiare la sostenibilità dei processi e dei cicli, rendere più efficiente la logistica e gestire con attenzione la raccolta, la selezione e la produzione delle nostre uova.
È fondamentale seguire tre regole: fare, saper fare e raccontare. Noi ci impegniamo molto. Per noi il marketing significa dare al cliente quello che ci chiede, promuovere i prodotti, curare la filiera e scegliere anche confezioni capaci di trasmettere la missione e il calore dell’azienda.
Quanto lavoro c’è dietro una confezione di uova che arriva sulla tavola dei consumatori?
C’è un lavoro enorme, che non finisce mai, nemmeno nei giorni di festa. La natura non si ferma. Lei va sempre avanti.
Occorre gestire i ritmi biologici delle galline, con un’attenta programmazione per far fronte alle improvvise impennate dei consumi, che nel nostro settore si verificano principalmente, salvo situazioni eccezionali, a Pasqua, Natale e agosto.
Devo però dire che le uova sono un alimento abbastanza destagionalizzato. Le uova biologiche hanno un andamento crescente e costante e sono poco influenzate dai periodi appena indicati: ormai fanno parte del consumo quotidiano.
Fare impresa agricola in Calabria non è semplice. Quali sono oggi gli ostacoli più grandi?
Oggi fare agricoltura è…. un’impresa. Sembrerebbe una battuta, eppure impresa non è solo una parola che indica un’attività economica organizzata che produce beni o servizi: rappresenta soprattutto un’iniziativa o un’azione che comporta difficoltà e rischio.
Chi fa agricoltura oggi affronta un’impresa fatta di impegno, perseveranza e tanta, tanta resilienza. Ci sono problematiche globali che colpiscono tutti, sia chi vende sia chi acquista. Il cambiamento climatico, il continuo aumento delle materie prime, il carburante e l’energia sono diventati difficili da sostenere.
La situazione è complicata: da una parte ci sono i produttori che non riescono a scaricare gli aumenti sul prodotto e dall’altra i clienti che, giustamente, visto che i salari sono gli stessi e aumenta tutto, hanno difficoltà ad acquistare.
Naturalmente, per avere una filiera corretta, ci sono registri da compilare, prassi da seguire per la rintracciabilità, certificazioni e obblighi etici e burocratici.
La domanda delle domande è: il cliente sempre più povero e l’agricoltura sempre più in affanno, che tra l’altro non riesce più a trovare collaboratori per svolgere le attività quotidiane, dove ci porteranno? Cosa dovrebbero fare il governo e le istituzioni per aiutare aziende come la vostra a rimanere sul mercato?
Questa domanda, dal punto di vista utopistico, è semplice, direi banale: garantire un giusto prezzo del prodotto, che tuteli sia il cliente che acquista sia l’azienda che produce.
Dal punto di vista delle azioni concrete, non ho le competenze e le capacità per dare una risposta esaustiva e individuare la soluzione a una situazione così complessa.
La tua storia può diventare un messaggio per tanti giovani calabresi: si può ancora costruire qui il proprio futuro, investendo in agricoltura, qualità e innovazione?
Certo che sì. Il mercato chiede alimenti sani, tracciabili ed etici. Le persone vogliono sapere da dove viene ciò che mangiano.
Ormai tutti i media e i mezzi di comunicazione raccontano che, rispetto al passato, il cliente si sofferma sempre di più sull’etichetta, guardando non solo la scadenza, ma concentrandosi sull’italianità, sugli ingredienti, sulle proteine, sui grassi, sugli zuccheri, sulle calorie. Il cliente è diventato più evoluto ed è sempre più orientato verso il benessere proprio e della propria famiglia. Credo che questo sia un processo irreversibile.
La Calabria, insieme ad altre regioni, possiede, per la morfologia del territorio, il clima, la biodiversità e le persone che ci vivono, un potenziale enorme che deve essere ancora espresso e messo a terra.
E io credo che si possa fare.

