Non c’è bisogno di un colpo di Stato per cambiare una democrazia. Basta cambiare ciò che quella democrazia considera normale. Oggi l’opinione pubblica non si forma più soltanto nei partiti, nei giornali, nelle università o nelle piazze: si forma dentro sistemi matematici progettati per trattenere l’attenzione. E l’attenzione, per sua natura, non è attratta dalla complessità ma dall’intensità. Non è attratta dall’argomentazione lenta ma dalla reazione immediata.

Uno studio pubblicato su Nature nel 2023 ha monitorato quasi cinquemila utenti statunitensi per sette settimane, modificando sperimentalmente il funzionamento del loro feed: cronologico contro algoritmico. Metodo controllato, esposizione misurata, risultati verificabili. La conclusione non è spettacolare ma è decisiva: l’identità politica di fondo non si trasforma radicalmente, ma cambia l’esposizione ai contenuti e con essa cambiano le percezioni su temi sensibili come immigrazione, sicurezza e guerra.

L’algoritmo non converte, inclina. E inclinare, nel tempo, significa ridisegnare il paesaggio mentale collettivo. Le piattaforme non hanno ideologia, hanno obiettivi: massimizzare il tempo di permanenza, aumentare l’interazione, stimolare la reattività emotiva. Un contenuto complesso genera riflessione; un contenuto polarizzante genera clic. Il sistema apprende da ciò che funziona e oggi funziona la semplificazione identitaria, il conflitto permanente, la narrazione del noi contro loro. Non perché qualcuno lo abbia ordinato, ma perché il codice premia ciò che trattiene.

La politica più compatibile con questo meccanismo è quella che parla per simboli netti, per appartenenze, per fratture chiare. La rete globale dei movimenti sovranisti e identitari lo ha compreso prima di altri: messaggi brevi, emotivi, facilmente condivisibili, cornici rassicuranti come “pace”, “ordine”, “libertà contro le élite”.

Il 20 gennaio 2025, alla cerimonia di insediamento di Donald Trump come 47° presidente degli Stati Uniti, accanto ai leader politici sedevano i protagonisti dell’infrastruttura digitale globale: Elon Musk, proprietario di X, la piattaforma dove si costruisce ogni giorno l’agenda politica internazionale; Mark Zuckerberg, amministratore delegato di Meta, che controlla Facebook e Instagram, ossia una parte enorme del traffico informativo mondiale; Shou Zi Chew, CEO di TikTok, l’app che plasma l’immaginario di milioni di adolescenti; Jeff Bezos, fondatore di Amazon e proprietario del Washington Post. Non era solo protocollo. Era la rappresentazione plastica di un nuovo equilibrio di potere. Non governa soltanto chi scrive le leggi, governa chi decide cosa appare sugli schermi. Il potere non è più soltanto verticale, è infrastrutturale. E l’infrastruttura oggi è algoritmica.

Il cosiddetto modello Board of Peace, promosso da ambienti sovranisti internazionali come alternativa alla globalizzazione liberale, si muove perfettamente dentro questo ecosistema perché offre un nemico riconoscibile, una promessa semplice, una grammatica immediatamente replicabile. Non serve un centro occulto di coordinamento, basta una compatibilità narrativa. Un discorso pronunciato a Washington diventa contenuto suggerito in Europa nel giro di ore; una piattaforma rilancia ciò che genera interazione; una community si rafforza attraverso raccomandazioni automatiche. La tecnologia non crea l’ideologia, ma la rende sistemica.

Il punto più delicato non riguarda gli adulti, riguarda gli adolescenti. A quattordici anni la corteccia prefrontale, responsabile del controllo degli impulsi e della valutazione critica, è ancora in sviluppo, eppure l’esposizione ai social è continua, permanente, spesso priva di mediazione. In Italia oltre l’85% dei ragazzi tra gli 11 e i 17 anni utilizza quotidianamente almeno una piattaforma social e il tempo medio supera abbondantemente le tre ore al giorno. Un adolescente non sceglie un giornale, viene scelto da un feed.

L’Unione Europea con il Digital Services Act ha iniziato a introdurre obblighi di trasparenza e responsabilità per le piattaforme, ma sul piano della tutela effettiva dei minori e della verifica anagrafica l’Italia resta ancora priva di un intervento strutturale e coraggioso. Il dibattito su un limite effettivo ai 16 anni per l’accesso ai social non è una questione moralistica ma democratica. Così come esistono limiti per il gioco d’azzardo o per la guida, è legittimo discutere una soglia anagrafica per l’esposizione permanente a sistemi che modellano l’attenzione.

Non si tratta di impedire l’informazione, si tratta di regolare l’ambiente in cui l’identità si forma. La libertà senza maturità diventa vulnerabilità. La parola manipolazione forse è eccessiva; il punto è la normalizzazione. Se ogni giorno l’utente è esposto a contenuti leggermente più radicali di quelli precedenti, la percezione del centro si sposta. Ciò che ieri sembrava estremo oggi appare accettabile, ciò che era impensabile diventa discutibile, ciò che era discutibile diventa opinione corrente. Le elezioni non si decidono solo nei programmi, si decidono nel clima, e il clima è un prodotto culturale. Non è il ministero a decidere cosa vedi, è un modello predittivo; non è il censore, è un sistema di raccomandazione; non è una legge liberticida, è una riga di codice che ottimizza l’attenzione.

Se l’attenzione è la nuova risorsa strategica, chi governa l’attenzione esercita una forma di sovranità. La domanda non è se l’algoritmo sia di destra o di sinistra, la domanda è se una democrazia possa accettare che l’orientamento percettivo collettivo sia delegato a sistemi che rispondono esclusivamente a logiche di mercato. Stiamo rischiando di vivere in una dittatura digitale, perché stiamo vivendo un vuoto normativo. O si introduce trasparenza sugli algoritmi, responsabilità pubblica delle piattaforme, educazione digitale strutturale e un limite anagrafico serio per l’accesso ai social in età evolutiva, oppure si accetta che la formazione dell’opinione pubblica sia il risultato di ottimizzazioni automatiche. La democrazia non crolla quando qualcuno la attacca frontalmente, crolla quando smette di capire chi la sta modellando. E oggi, mentre scorriamo distrattamente, qualcosa ha già deciso quale sarà il prossimo contenuto che definisce il nostro senso del mondo.