"Sei preciso come un'orologio svizzero". Per decenni questa formula, abusata fino alla consunzione semantica, ha funzionato come un lasciapassare culturale, una scorciatoia linguistica per evocare l’idea di un Paese impermeabile all’errore, refrattario all’imprevisto, strutturalmente incapace di inciampare. La Svizzera come dispositivo perfetto, come ingranaggio senza attriti, come modello di efficienza amministrativa, civile e morale. Eppure, nella notte di Capodanno, a Crans-Montana, questo mito ha subito una frattura tanto violenta quanto irreversibile, una di quelle crepe che non si limitano a incrinare la superficie, ma scendono in profondità, mettendo in discussione l’intero edificio simbolico.

La tragedia avvenuta in quella località che dovrebbe incarnare l’ordine alpino, la compostezza turistica e l’eleganza controllata dell’alta quota, non è soltanto un fatto di cronaca. È un evento rivelatore, un punto di non ritorno nella narrazione autoreferenziale di una Nazione che ha costruito la propria reputazione sull’idea di infallibilità. Perché ciò che colpisce, oltre alla gravità dell’accaduto, è il comportamento successivo: la reazione, o meglio l’assenza di una reazione degna di questo nome.

Di fronte a una vicenda che avrebbe imposto silenzio, riflessione, assunzione di responsabilità e rispetto, una parte della società svizzera ha scelto invece la strada della minimizzazione sistematica, dell’attenuazione lessicale, della riduzione dell’evento a fastidioso incidente, a disturbo marginale dell’ordine costituito. Una strategia difensiva crudele, e che tradisce un riflesso antico: proteggere l’immagine prima ancora delle persone, salvare la facciata prima di interrogarsi sulle cause, sulle colpe, sulle falle evidenti di un sistema che si pretende impeccabile.

Ancora più grave - e qui il discorso si fa intollerabile - è quanto accaduto ai danni dei giornalisti italiani giunti sul posto per raccontare i fatti. Gli inviati di Ore 14 di Rai 2, insieme al giornalista Domenico Marocchi, non si sono limitati a incontrare ostilità o diffidenza (elementi già di per sé inaccettabili in uno Stato che ama definirsi culla di civiltà democratica) ma sono stati oggetto di minacce e aggressioni verbali, in un clima che ha assunto contorni francamente intimidatori. Un comportamento che non solo offende la libertà di stampa, ma rivela una concezione arcaica e autoritaria del controllo dell’informazione: se il racconto incrina il mito, allora va messo a tacere.

È qui che la Svizzera perde definitivamente la sua aura. Non nel momento della tragedia, che può colpire qualunque Paese, ma nella gestione morale e civile del dopo. Chi minimizza, chi distorce, chi aggredisce chi fa il proprio mestiere per documentare e informare, non sta difendendo la verità né la dignità nazionale, sta semplicemente certificando il fallimento di un modello che si è sempre raccontato come superiore. E a questi soggetti, senza indulgenze né perifrasi attenuanti, va detto con chiarezza che dovrebbero vergognarsi. Vergognarsi per l’arroganza, per la rimozione, per l’incapacità di sostenere lo sguardo critico altrui senza ricorrere alla violenza o alla negazione.

Il mito svizzero, quello dell’orologio che non sbaglia mai, è crollato. E quando un mito crolla, non lo fa mai in silenzio: lascia macerie, espone nervi scoperti, costringe finalmente a fare i conti con una realtà molto meno levigata di quanto si sia voluto far credere. In questo caso, una realtà fatta di opacità, aggressività e ipocrisia, che nessuna retorica di precisione potrà più coprire.

E, come se non bastasse, l’indecorosa minimizzazione istituzionale e sociale, si è aperta, soprattutto sui social network, la consueta cloaca del risentimento piccolo-borghese, popolata da frustrati cronici e moralisti d’accatto, pronti a rovesciare la colpa sulle vittime: i giovani. Secondo questa umanità rancorosa - che confonde la prudenza con la vigliaccheria e il giudizio con la livida recriminazione - i ragazzi avrebbero “filmato invece di scappare”, “cercato visibilità”, “esagerato”, “provocato”, “bevuto”, “sfidato il destino”, come se la tragedia dovesse essere preventivamente autorizzata da un comportamento conforme a un manuale di sopravvivenza scritto a posteriori.

È la retorica infame del senno di poi, esercitata da chi osserva dal divano, protetto dall’assenza di rischio e dall’abbondanza di presunzione, e si erge a giudice di reazioni umane vissute in condizioni di panico, confusione e terrore. Costoro non cercano la verità, ma un capro espiatorio che li assolva dalla necessità, per loro intollerabile, di ammettere che il male può irrompere anche nei luoghi “perfetti” e colpire senza chiedere il permesso.

La loro è una crudeltà sterile, un accanimento verbale che rivela più di quanto vorrebbero: la miseria intellettuale di chi, pur di difendere un sistema o un’immagine, preferisce infierire sui più vulnerabili, sulle vittime vere, sui morti. Un comportamento che non merita replica, ma disprezzo, perché trasforma la tragedia in tribunale improvvisato e la sofferenza altrui in occasione per esercitare una superiorità morale tanto ostentata quanto inesistente. Ciò che resta è il bilancio di una notte tragica, oltre al naufragio di una presunta superiorità etica e civile che si è rivelata fragile, difensiva, incapace di reggere il peso della verità.