Gli equilibri della politica italiana a pochi mesi dal voto, tra la crescita del movimento guidato dall'ex generale, le difficoltà della maggioranza e le incertezze dell'opposizione
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Proviamo a riavvolgere il nastro e fotografare per punti flash la situazione politica attuale, così da tracciare scenari e itinerari possibili a pochi mesi dall’appuntamento elettorale che darà un nuovo governo al Paese.
Quello che appare più evidente, e che può essere definita ad oggi la vera novità del quadro politico nazionale, è la galoppata che sta provando a compiere l’ex generale dell’Esercito Roberto Vannacci: sta canalizzando un consenso di pancia con forza espansiva (da arrivare potenzialmente alla doppia cifra percentuale nel giro di un anno, come ebbi a dire sin dal suo debutto) e sta creando non pochi mal di pancia, scompaginando i piani della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e non solo.
Ma, facendo un passo indietro, verrebbe da chiedersi come sia nato il fenomeno Vannacci.
Sostanzialmente, per due motivi ci ritroviamo il Generale a far da gerarca d’altri tempi. Il primo motivo riguarda la miopia e la tendenza all’audience e alla spettacolarizzazione del sistema mass-mediatico italiano, che gli ha dato tutto lo spazio possibile durante le presentazioni del suo libro, "Il mondo al contrario" (non c’era titolo più azzeccato).
Il secondo motivo è da ricercare nelle scelte del sempre meno lucido ormai ex leader della Lega, Matteo Salvini, che — a corto di fiato e di leadership, e pensando di avvantaggiarsene — alle scorse elezioni europee ben pensò di candidare Vannacci nelle cinque circoscrizioni (in due delle quali come capolista), così da portare consenso alla Lega. Non immaginava, tuttavia, che gli sarebbe tornato in faccia come un boomerang.
E fu così che il generale in pensione, sfruttando e usando la piattaforma partitica organizzata della Lega, forte del suo consenso personale incassato alle europee, abbandonò il partito che lo aveva accolto e ben pensò di farne uno a sua immagine e somiglianza: con l’intenzione di incanalare il malcontento degli elettori delusi di Fratelli d’Italia, svuotare progressivamente la Lega di un Salvini ormai suonato, pescare nel mare elettorale dei 5 Stelle con tendenza a destra e, magari, portare alle urne qualche deluso qua e là e qualche astensionista impaurito dal degrado e dall’insicurezza delle città.
Ad oggi la missione gli sta riuscendo, al punto da mettere in allarme l’intero centrodestra di governo, che lo stesso Generale tenderà di ricattare — alzando di volta in volta la posta, a seconda della percentuale di consenso che avrà — non appena si dovrà ufficializzare la coalizione elettorale per governare il Paese.
In questo scenario fa comunque gola averlo dentro la coalizione (e lui vorrebbe esserne parte).
Nel frattempo, in casa Lega potrebbe profilarsi la possibilità di sacrificare l’ex capitano, ormai capitone, Salvini, imbrigliato nella rete di Vannacci, a vantaggio di Luca Zaia o Massimiliano Fedriga, facendo tornare quel partito alle origini: un partito a vocazione federalista territoriale e non più a corto respiro nazionale. Vedremo cosa succederà.
Intanto la parte moderata di quella coalizione, e cioè Forza Italia, dopo una prima finta volontà di rinnovarsi dal punto di vista generazionale, sembra attendere i diktat e/o i consigli della famiglia Berlusconi, nella persona della primogenita del compianto ex Cavaliere, Marina Berlusconi.
Per ora il traghettatore Antonio Tajani — mentre il Presidente calabrese Roberto Occhiuto, ormai in rampa di lancio nazionale, sta a guardare apparentemente senza provare a scompaginare — sembra aver ricompattato le truppe e sembra far comodo agli stessi Berlusconi. Tra qualche mese, chissà.
E la Meloni?
La Presidente del Consiglio, dopo anni di abilità nel provare (con ottimi risultati) a indossare più abiti e stare con un piede in più scarpe, sembra vacillare almeno sotto il profilo del consenso personale.
È uscita inevitabilmente indebolita dalla scelta poco strategica dell’appiattimento su Donald Trump, che ha provato a “scaricare” solo nella circostanza in cui è stata costretta a difendere il Pontefice americano Leone XIV, duramente attaccato da Trump, per necessità anche elettorale e non solo per imbarazzo non nascondibile; fiaccata dalla pesante sconfitta referendaria, dove la forza d’urto partecipativa dei cittadini e dei giovani ha salvato la Costituzione che la Meloni stava provando a smontare; e, per ultimo, dalla bocciatura dell’emendamento sulle finte preferenze presentato dal suo partito sulla legge elettorale che stanno provando a cambiare.
La Presidente Meloni, si è indebolita a tal punto che si ripresenterà alle urne come leader usurata e dimezzata e non più come underdog molto apprezzata.
E ora non si può non osservare brevemente cosa sta succedendo nell’altra metà del campo, il cosiddetto campo largo, che io preferisco definire campo giusto.
A quelle latitudini siamo al nastro di partenza, che è sempre finta, un po’ come in molte edizioni del Palio di Siena. Solo che i cavalli del Palio hanno un mossiere, a differenza del campo largo che — oltre uno scatto da social, utile ad alimentare e ingannare l’estenuante attesa nel trovar la quadra — non ha ancora trovato un leader, né un’agenda delle priorità, né tantomeno una visione di società che porti a un programma politico strutturato e di ampio respiro, necessario per costruire un patto di fiducia con i cittadini elettori.
I tatticismi (primarie sì, primarie no: convengono, rafforzano, indeboliscono, spaccano, e così continuando…), i veti, le riserve, le differenze, le diffidenze, le invidie e le ambizioni personali, oltre al bilancino da dosare su chi far entrare pensando (sondaggi alla mano…) di continuare a sommare invece di sparigliare, potrebbero giocare un brutto scherzo alle opposizioni e riconsegnare un Paese fermo a chi non ha saputo metterlo in moto e guidarlo in questi lunghi e complicati anni.
E questo, al netto della legge elettorale con la quale si andrà a votare — che comunque sarà non solo senza preferenze, ma altresì senza collegi uninominali maggioritari e quindi senza traccia di voto popolare — sarebbe un errore davvero imperdonabile.

