La politica vive anche di simboli. E nessun simbolo racconta meglio la distanza tra propaganda e governo della decisione di concentrare il dibattito nazionale sulla crisi di Ceuta mentre, nelle città italiane, cresce la percezione di un’emergenza sicurezza che coinvolge cittadini, amministratori e forze dell’ordine.

Giorgia Meloni ha costruito la propria ascesa promettendo una svolta netta: confini sicuri, immigrazione irregolare sotto controllo, contrasto senza esitazioni alla criminalità e ripristino dell’autorità dello Stato. Era il cuore della proposta politica che ha convinto milioni di italiani. A quasi quattro anni dall’insediamento, il giudizio non può più essere affidato agli slogan ma ai risultati.

L’Europa reagisce alle nuove pressioni migratorie rafforzando i controlli. La Francia mantiene da anni verifiche sistematiche alle frontiere interne. La Germania ha fatto lo stesso, motivando le proprie decisioni con esigenze di sicurezza, lotta al traffico di esseri umani e gestione dei flussi migratori. Anche altri Stati membri hanno ripristinato controlli temporanei previsti dal Codice Schengen quando ritengono compromesso l’ordine pubblico.

In queste ore l’attenzione europea è rivolta a Ceuta, dove l’ondata migratoria ha provocato una crisi senza precedenti, spingendo diversi governi ad adottare misure straordinarie.

Il problema, però, è un altro. Un governo si misura anzitutto sulla capacità di garantire sicurezza all’interno del proprio territorio. E la domanda che molti cittadini si pongono è semplice: se la priorità era riportare ordine nelle città italiane, perché la percezione diffusa è quella di un peggioramento? Perché continuano a riempire le cronache episodi di violenza urbana, baby gang, rapine, aggressioni e reati che alimentano un crescente senso di insicurezza?

La sicurezza non può diventare un argomento da utilizzare soltanto durante le campagne elettorali. È un indicatore dell’efficacia dell’azione di governo. Se il tema che ha portato la destra al potere continua a rappresentare una delle principali preoccupazioni degli italiani, significa che qualcosa non ha funzionato.

Esiste anche un precedente che la politica farebbe bene a ricordare. Nel 2017 Marco Minniti, da ministro dell’Interno del governo Renzi, scelse una strategia fatta di accordi internazionali, cooperazione con i Paesi di partenza e pressione sulle reti dei trafficanti. Quella linea produsse, almeno nella fase iniziale, una significativa riduzione degli sbarchi lungo la rotta del Mediterraneo centrale.

Non si tratta di sostenere che allora tutto funzionasse o che oggi tutto sia fallito. Si tratta di una questione di coerenza politica. Chi promette di essere inflessibile sulla sicurezza accetta inevitabilmente di essere giudicato proprio su quel terreno.

Per questo la vicenda di Ceuta rischia di diventare il simbolo di una contraddizione più ampia. Mentre il governo concentra l’attenzione sull’emergenza altrui, molti italiani chiedono risposte sulle proprie città.

Quattro anni rappresentano un tempo più che sufficiente perché un governo possa essere giudicato per ciò che ha realizzato e non per ciò che ha promesso. Per Giorgia Meloni è terminata da tempo la stagione delle giustificazioni, delle responsabilità ereditate e degli alibi politici. Chi ha chiesto agli italiani di essere valutato sulla capacità di garantire sicurezza, ordine e controllo del territorio non può più rifugiarsi nella narrazione dell’emergenza permanente. Dopo quattro anni, il metro di giudizio non sono più gli annunci, ma i risultati. Ed è proprio su quei risultati che il Governo Meloni è chiamato a rispondere, senza ulteriori scuse.