Per un periodo, la nostra nazione ha vissuto un’epoca molto strana con la politica.

Infatti, capitava spesso che dopo le elezioni politiche i risultati non garantissero una maggioranza stabile in Parlamento e, di conseguenza, per governare bisognasse allearsi con partiti avversari.

Una situazione di questo genere accade nel 2013 e nel 2018, ma se i due casi sembrano simili, in realtà sono molto diversi.

Nel 2013 era in vigore la legge elettorale Calderoli (nota come Porcellum) e, in quella occasione, di fatto le elezioni vennero vinte dalla coalizione guidata da Pierluigi Bersani, ma ottenne la maggioranza assoluta solo alla Camera.

Si formò, infatti, una crisi istituzionale senza precedenti e, per correre ai ripari, il PD e parte del centrodestra dovettero trovare un’intesa per formare un governo.

Alla fine nacque il governo Letta, ma ebbe vita breve e durante il mandato attraversò vari momenti di crisi.

Nel 2018, invece, si andò a votare con un sistema diverso, approvato mesi prima da PD e parte del centrodestra: il Rosatellum, ancora oggi in vigore.

Questo sistema prevede una parte di seggi assegnati tramite sistema proporzionale a liste bloccate e una parte tramite collegi uninominali con un candidato unico per coalizione.

In quell’occasione il Movimento 5 Stelle fu il primo partito e il centrodestra la prima coalizione, ma, a differenza del 2013, nessuno aveva raggiunto la maggioranza in nessuno dei due rami del Parlamento.

Nacquero due governi guidati da Giuseppe Conte (2018-2019 con Lega e 5 Stelle, 2019-2021 con 5 Stelle e PD) e un governo istituzionale guidato da Mario Draghi; tuttavia, a causa della crisi di quest’ultimo, la legislatura finì anticipatamente.

Dall’inizio della legislatura nel 2022, da più parti si è parlato di una nuova legge elettorale e, pochi giorni fa, il governo ha presentato la proposta della nuova legge.

Una legge che, tra le varie cose, introduce l’indicazione del candidato premier, l’eliminazione del sistema uninominale e un premio di maggioranza per la coalizione vincente.

A mio parere, questa legge elettorale proposta dal governo potrebbe essere una vera occasione per avere governi più stabili e duraturi, ma ci sono alcuni punti che, sempre a mio avviso, andrebbero migliorati.

Come prima cosa penso che sia necessario reintrodurre le preferenze.

La Costituzione riporta che la sovranità appartiene al popolo e, in virtù di questo principio, il popolo deve scegliere i suoi rappresentanti, non solo sbarrando il simbolo di un partito — con la conseguenza che entra in Parlamento chi occupa le prime posizioni in lista, ovviamente indicate dal partito — ma anche selezionando il candidato che preferisce.

L’introduzione del ballottaggio, qualora nessuno raggiunga il 40% (con una soglia di sbarramento dinamica tra il 35% e il 40%), è, a mio avviso, il punto di forza più democratico dell’intero impianto. Invece di lasciare ai segretari di partito il compito di negoziare accordi sottobanco per raggiungere i numeri necessari, si torna a chiedere ai cittadini quale visione di Paese vogliono.

In conclusione, la domanda che dobbiamo porci è semplice: vogliamo che il nostro voto sia un atto di fede o uno strumento di governo?

La stabilità non è un regalo al potere, ma un diritto dell’elettore. È tempo che chi vince abbia l’onere di dimostrare quanto vale e chi perde la dignità di costruire un’alternativa.