C’è una frase che, più di altre, mi è rimasta impressa: «Le risorse ci sono, nessun passo indietro». Parole nette, pronunciate il 4 giugno 2022 dal Presidente–Commissario Occhiuto, nel pieno delle preoccupazioni sul futuro dell’ex ospedale di San Marco Argentano. Parole rassicuranti, quasi definitive. Come spesso accade quando la complessità amministrativa viene compressa in uno slogan. Poco più di venti giorni dopo, il 29 giugno 2022, scadeva il termine per avviare le procedure necessarie a non perdere 8.149.000 euro. Nella sua posizione di Commissario ad acta, poteva non sapere?

Secondo la documentazione amministrativa richiamata dalla Regione in sede di risposta all’interrogazione consiliare, che restituisce finalmente un quadro chiaro, l’ASP di Cosenza non ha attivato le procedure di gara entro la finestra programmata a causa della “complessità dell’intervento”. Una complessità che, a ben guardare, arriva con tempismo singolare: lo studio di fattibilità è stato approvato da ASP e Regione nel 2012 e, nel 2019, l’inerzia ha richiesto anche il coinvolgimento di Invitalia come centrale di committenza, apparentemente senza alcun risultato concreto.

Il quadro originario era tutt’altro che nebuloso: trasformare un presidio ospedaliero degradato (impianti obsoleti, infiltrazioni, spazi non più adeguati e sicuri) in una struttura moderna, integrata, capace di ricomporre sul territorio servizi sanitari e socioassistenziali. Un intervento puramente edilizio, integrato da un rinnovo completo del parco attrezzature. Il risultato è arrivato con il definanziamento dell’intervento, alla faccia della sua definizione come “strategico” nei reel del Presidente.

Nel frattempo, la narrazione mantiene oggi lo stesso tono paternalistico e rassicurante da uomo bianco benestante di mezza età che non fa la spesa al supermercato. L’assessore Minenna ci parla di “semplice riprogrammazione”. Una definizione elegante, quasi neutra, che maschera la sostanza: non sono più disponibili le risorse destinate all’intervento di riqualificazione e nessuna fonte di finanziamento alternativa è stata identificata. Se questa riprogrammazione corrispondesse alla realtà, sarebbe bastato indicare dove sono confluiti i fondi, con quali risorse, attraverso quali atti e con quali tempi di attuazione. Altrimenti, è solo propaganda politica. Grottesca, da parte di un assessore “tecnico”.

Al danno del definanziamento si aggiunge la beffa del declassamento. La nuova organizzazione dell’Assistenza territoriale messa a punto da Occhiuto nel 2023 ha previsto che a San Marco Argentano non sorga una Casa della Comunità “Hub” — il presidio principale, con la dotazione completa di servizi che avrebbe dovuto garantire la Casa della Salute — bensì uno “Spoke”, una versione ridotta, che farà riferimento all’Hub di Roggiano Gravina, ammesso che quest’ultimo veda mai la luce. Uno spacchettamento di servizi che, tra campanilismi, inutili duplicazioni e tagli mascherati, sembra avere come unico effetto la frammentazione e il depotenziamento della sanità pubblica sul territorio. Anche in questo caso, Occhiuto poteva non sapere?

L’ASP tenta di minimizzare, sostenendo che «le differenze tra Hub e Spoke sono limitate» e che la creazione di un Ospedale di Comunità «risulta essere maggiormente significativa per l’impatto assistenziale sul territorio». Un ragionamento che si rivela tecnicamente infondato. Secondo il DM 77/2022, la Casa della Comunità e l’Ospedale di Comunità hanno funzioni radicalmente diverse. La Casa della Comunità è il punto di accesso ai servizi h24, alle visite specialistiche e alla prevenzione; l’Ospedale di Comunità, al contrario di quanto il nome possa suggerire, è esclusivamente una struttura di ricovero temporaneo per pazienti che necessitano di cure intermedie tra l’ospedalizzazione acuta e l’assistenza domiciliare: pochi posti letto, nessun servizio ambulatoriale. Sostenere che l’uno “compensi” l’altro è una distorsione della realtà: essere classificati come “Spoke” significa perdere personale, ore di apertura e prestazioni diagnostiche che un “Hub” è tenuto a garantire per legge.

Nel frattempo, nei monitoraggi PNRR, la Calabria evita lo zero sulle strutture avviate solo grazie a un artificio tecnico: essendo le uniche due strutture con servizi ambulatoriali attivi, San Marco e Cariati si fanno passare per Case di Comunità “operanti”, pur non essendo formalmente riconosciute come tali e pur non essendo state finanziate dal PNRR, proprio in virtù degli interventi previsti nell’ambito dalla precedente rete delle Case della Salute, poi definanziata.

Un gioco di etichette che consente alla governance sanitaria e politica di salvare la faccia. Perché, dopo sedici anni di iter, finanziamenti, riprogrammazioni e centrali di committenza attivate proprio per accelerare, il risultato è una struttura compromessa, non sicura, declassata e dal futuro più che mai incerto. Chi ha riorganizzato la sanità territoriale in Calabria, può non sapere?

A questo punto, insistere sul fatto che “nessun euro è stato perso” rappresenta la distanza tra dichiarazioni e atti, tra chi siede nel palazzo e non riesce neppure a immaginarsi nei panni di chi, nel 2026, vive con risorse esigue in uno dei territori più poveri e periferici d’Europa. L’ostinazione nel continuare a far credere che vada tutto bene, anche di fronte all’evidente contrario, è una mancanza di rispetto da parte di chi amministra nei confronti di chi è amministrato, quando a perdersi, più che le risorse, è la coerenza tra ciò che si annuncia e ciò che (non) si realizza.