L'arrivo del mega-yacht dell'ambasciatore Usa, in occasione delle celebrazioni per i 250 anni dell'Indipendenza americana, scatena una valanga di critiche. Tra disagio economico e tensioni internazionali, il "sogno americano" sembra lasciare spazio a un diffuso sentimento di disillusione
Tutti gli articoli di Opinioni
PHOTO
Il mega-yacht dell’ambasciatore Fertitta sbarca a Vibo Marina per i 250 anni d’Indipendenza, ma la rete insorge: tra crisi economica, guerre per procura e la fallimentare gestione della Casa Bianca, il vecchio “sogno” è diventato un incubo geopolitico. Così il cinismo dei social svela il nuovo antiamericanismo degli italiani.
C’è qualcosa di profondamente terapeutico nel guardare i social network quando la realtà decide di superare la satira. L’ultimo miracolo va in scena al porto di Vibo Marina, dove le cronache locali annunciano festanti l’arrivo di un mega-yacht blindatissimo. Il proprietario è Tilman Fertitta, miliardario texano con la passione per i casinò, ma soprattutto ambasciatore degli Stati Uniti.
Motivo dell’attracco alla Banchina Fiume? Un “tour celebrativo” per i 250 anni dell’Indipendenza americana, anniversario che cadrebbe nel 2028 ma che i nostri alleati, notoriamente sbrigativi, hanno deciso di festeggiare con due anni d’anticipo a spese del fegato dei vibonesi.
Fino a qualche anno fa, una roba del genere avrebbe provocato il solito riflesso pavloviano: folla di curiosi a caccia di selfie, assessori locali in posa plastica a caccia di un briciolo di visibilità riflessa e commenti estasiati sul “sogno americano” che bacia la Calabria.
Invece, basta farsi un giro sotto i post della notizia per trovarci il Vietnam. Un’ondata di fango, insulti e bava alla bocca che i sociologi da salotto liquideranno domattina come “il solito analfabetismo funzionale dei social”. Invece no. Questa volta il termometro della rete non segna la follia degli utenti, ma una lucidità quasi spietata. È il sintomo di un antiamericanismo nuovo, liquido, che non ha più bisogno dei vecchi canoni ideologici del Novecento per giustificarsi. Bastano i fatti.
Il primo fatto è il tempismo. Portare un transatlantico privato extralusso a fare sfilate patriottiche in una delle regioni con il tasso di disoccupazione più alto d’Europa, mentre i cittadini fanno i conti con un’inflazione che ha mangiato i salari e una sanità pubblica ridotta al lumicino, non è diplomazia: è una provocazione da oligarchi. Con la differenza che se l’oligarca è russo gli sequestriamo la barca, se è americano gli paghiamo la scorta con i soldi dei contribuenti.
Il secondo fatto riguarda chi sta a Washington. Questo risentimento diffuso, che ormai si respira ovunque in Europa, ha un colpevole con nome e cognome: l’attuale amministrazione della Casa Bianca. Un’amministrazione che da anni trascina l’Occidente in un Risiko geopolitico permanente, dove le decisioni si prendono nello Studio Ovale e i costi – umani ed economici – si scaricano regolarmente sui paesi satellite. Loro soffiano sul fuoco dei conflitti globali, impongono sanzioni che affamano le nostre imprese e poi, per tirarci su di morale, ci mandano l’ambasciatore a mostrare lo scafo da cento metri e le finiture in mogano.
È la perfetta metafora dell’impero americano odierno: una leadership sorda, arroccata nel proprio privilegio, che ha scambiato il rispetto con la sottomissione. Pensavano che i calabresi applaudissero davanti all’ennesima esibizione di muscoli e dollari. Hanno scoperto che persino la provincia italiana si è stancata di fare da sfondo coreografico alle feste degli altri.

