Nel dibattito contemporaneo sulla digitalizzazione, si tende spesso a considerare l'avanzata tecnologica come un flusso inarrestabile, un destino a cui le amministrazioni locali possono solo passivamente adattarsi. Tuttavia, la recente e clamorosa decisione adottata a New York dimostra il contrario, svelando una verità che spesso si preferisce ignorare: la politica locale possiede ancora la forza e gli strumenti per governare il cambiamento, persino quando questo si presenta sotto le spoglie dell'innovazione tecnologica.

Zohran Mamdani, d'intesa con il cancelliere scolastico Kamar Samuels, ha infatti varato una moratoria di un anno che mette al bando l'intelligenza artificiale generativa dalle classi elementari e medie. Si tratta di un provvedimento drastico che spegne i moduli di IA presenti in ben 38 programmi educativi già approvati in modo da tutelare oltre 600.000 studenti. Alla base della decisione vi è una ferma rivendicazione del valore educativo del contatto umano e una forte preoccupazione per lo sfruttamento dei dati dei minori da parte dei colossi tech, in assenza di studi indipendenti che ne comprovino una reale utilità didattica in quella fascia d'età. Non si tratta di un caso isolato: anche la metropoli di Los Angeles ha intrapreso una strada analoga, bloccando gli strumenti generativi e ponendo rigidi limiti all'uso dei tablet e all'accesso a piattaforme come YouTube durante le lezioni. New York ha persino introdotto severe limitazioni ai display personali, con limiti massimi di 30 o 45 minuti giornalieri per le elementari e le medie.

Questa decisa presa di posizione solleva un interrogativo cruciale che risuona con forza anche alle nostre latitudini. Troppo spesso, infatti, la figura del sindaco in Italia viene dipinta come quella di un amministratore con le mani legate, schiacciato da vincoli di bilancio e soffocato da una burocrazia asfissiante. Si tende a credere che i primi cittadini non abbiano reale margine d'azione su temi di portata globale, riducendo il loro ruolo a una ordinaria gestione dell'esistente. Eppure, la realtà normativa e politica descrive uno scenario ben diverso. Anche nell'ordinamento italiano, il sindaco è titolare di poteri d'ordinanza e di indirizzo politico tutt'altro che trascurabili, potendo intervenire sulla tutela della salute pubblica, sul benessere dei minori e sull'organizzazione dei servizi scolastici di competenza comunale.

Se un'iniziativa simile a quella di New York venisse proposta in Italia, l'ostacolo non sarebbe di natura giuridica o amministrativa, bensì puramente di ordine culturale o politico. Adottare limitazioni severe all'uso degli schermi personali o imporre lo spegnimento di algoritmi predittivi nelle scuole primarie e secondarie di primo grado è una soluzione teoricamente praticabile anche dai nostri sindaci, attraverso regolamenti comunali o intese con i distretti scolastici territoriali. Tuttavia, mi par di capire che sia un'opzione che la politica nostrana si guarda ben dall'applicare. Sarà forse il timore di apparire retrogradi o contrari alla modernità digitale, unito alla radicata riluttanza ad assumersi responsabilità così polarizzanti, che congela sul nascere qualsiasi velleità di governance tecnologica locale.

La lezione che arriva da New York è dunque squisitamente politica: governare significa scegliere, e i sindaci possiedono il potere di farlo, qualora decidessero finalmente di esercitarlo