L'isolamento infrastrutturale non è soltanto un disagio: è un costo economico e sociale che pagano ogni giorno cittadini e imprese
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Dopo circa trent'anni mi ritrovo, mio malgrado, a viaggiare nuovamente in cuccetta, da Lamezia verso Roma.
Non per nostalgia dei viaggi da studente, ma per necessità.
L'altro ieri l'aereo da Crotone non è nemmeno arrivato. Ieri sera è arrivato troppo tardi e oggi sarebbe partito troppo tardi per consentirmi di prendere la coincidenza a Roma con il volo successivo, indispensabile per proseguire il mio viaggio.
E così, dopo circa trent'anni, eccomi di nuovo su un treno notturno.
La differenza è che oggi non viaggio per avventura né per risparmiare: pago una cuccetta “comfort” e, francamente, la sensazione è quella di essere dentro una vecchia lavatrice, rumorosa e obsoleta.
Paradossalmente, meglio i treni di allora.
La cosa più amara, però, non è il disagio del viaggio.
È la consapevolezza che, dopo trent'anni, per il territorio crotonese e, più in generale, per la Calabria, sembra essere cambiato molto meno di quanto avrebbe dovuto.
La linea ferroviaria ionica è stata progressivamente privata dei collegamenti a lunga percorrenza da oltre vent'anni, isolando di fatto un'intera fascia del territorio.
Sul fronte stradale non è andata molto meglio. La SS 106, principale arteria della fascia ionica, è stata per decenni inadeguata alle esigenze di un territorio moderno: una sola carreggiata in molti tratti, attraversamenti urbani, elevata incidentalità e tempi di percorrenza incompatibili con le esigenze di cittadini, imprese e turismo.
E ancora oggi molti degli interventi necessari sono opere in progettazione, finanziamento o realizzazione, con tempi che troppo spesso si misurano in anni.
Ma come può una Regione svilupparsi se non riesce a garantire collegamenti efficienti?
Come possono crescere economia, turismo, imprese e occupazione se raggiungere questo lembo di terra continua a essere un'impresa?
E purtroppo non è soltanto una questione di trasporti.
È una sanità che soffre.
È una viabilità ancora insufficiente.
È un aeroporto che non riesce a garantire quella continuità e quella affidabilità che un territorio dovrebbe avere.
È un turismo di cui si parla moltissimo, ma che senza infrastrutture adeguate rischia di rimanere soprattutto uno slogan.
Ed è anche un'agricoltura che rischia di imboccare la strada sbagliata: penso, ad esempio, agli ultimi bandi sull'olivicoltura e alla scelta di incentivare modelli intensivi in una terra che, a mio avviso, dovrebbe puntare sempre più sulla qualità, sul biologico, sulle produzioni identitarie e sul valore aggiunto del territorio, non sulla semplice quantità.
Nel frattempo assistiamo quotidianamente al protagonismo politico sui social: post, fotografie, comunicati, inaugurazioni, dichiarazioni, celebrazioni e autocompiacimenti.
Tanta comunicazione. Tanta presenza.Tanta propaganda.
Ma quando il cittadino deve semplicemente arrivare a destinazione, curarsi, spostarsi, lavorare o fare impresa, spesso si ritrova ancora a fare i conti con problemi che conosciamo da decenni. Ed è proprio questo che dovrebbe far riflettere.
Perché governare non significa raccontare continuamente ciò che si fa.
E tantomeno trasformare ogni intervento, anche il più ordinario, in una campagna permanente sui social.
Governare significa fare in modo che le cose funzionino.
Lo dico anche per una ragione personale.
Ho militato nella destra. Ma in una destra nella quale mi riconoscevo e che aveva una cultura politica ben diversa da quella del semplice slogan identitario: una destra liberale, sociale, nazionale ed europeista, che guardava alla tradizione dello Stato e delle istituzioni e che, nella mia formazione, si richiamava a figure come Cavour e Mazzini e, nella destra politica contemporanea, anche all'esperienza di Gianfranco Fini che aveva rinnegato fortemente quella piaga che è stao il fascismo.
Una destra che non aveva bisogno di urlare continuamente di essere “di destra” per dimostrarlo.
E qui mi torna in mente Indro Montanelli. La sua idea della destra era, prima di tutto, una regola di comportamento, una regola morale di comportamento.
E aggiungeva una cosa ancora più interessante: che quella stessa concezione dello Stato, del dovere e della responsabilità l'aveva ritrovata, talvolta anzi più spesso, in uomini della sinistra piuttosto che di destra
Perché alla fine la politica non si misura dalle etichette, ma dalla serietà delle persone e dalla qualità delle cose che riescono a realizzare.
Una destra seria non dovrebbe quindi avere bisogno di definirsi continuamente tale. Dovrebbe dimostrarlo nei fatti!
Meno propaganda, più Stato.
Meno social, più sociale.
Più servizi.
Meno inaugurazioni, più infrastrutture.
Meno annunci, più risultati.
Meno parole, più responsabilità.
Perché vivere in un territorio periferico non può significare essere condannati alla perifericità.
E oggi, con il costo del carburante, con i tempi e i costi necessari per raggiungere aeroporti, stazioni e servizi essenziali, l'isolamento infrastrutturale non è soltanto un disagio. È un costo economico e sociale che pagano ogni giorno cittadini e imprese.
Dopo trent'anni, dunque, dobbiamo ancora considerare normale tutto questo?
Io credo proprio di no.
Perché una terra non si sviluppa con i post sui social.
Si sviluppa quando un cittadino può partire, arrivare, curarsi, lavorare, produrre e tornare a casa senza dover considerare ogni viaggio una piccola avventura.
E allora, parafrasando una vecchia espressione:
BASTA CHIACCHIERE E DISTINTIVO.
Alla Calabria servono fatti!

