La Grazia di Paolo Sorrentino non delude. Esteticamente perfetto, moderno nelle musiche, riesce a regalare molteplici linee riflessive e psicologiche.

Spicca una danza fra un senso di responsabilità schiacciante e un forte stato desiderato di leggerezza. Il senso di colpa come monito delle proprie scelte e di quel sentire morale che guida anche la deontologia professionale.

L’eutanasia come tema trasversale e la Grazia anzitutto del dolore ma soprattutto del dubbio.

Non è un femminicidio ad essere protagonista: ad uccidere è una donna che si libera dal male di un uomo violento che, a sua volta, si libera dalla propria psicopatologia.

Un film psicologico fatto di dettagli, in cui scorrono emozioni fra rancore per un tradimento subito e tristezza da perdita per un lutto che rimane irrisolto e crea ancora disagio e solitudine.

La leggerezza, appunto, come desiderio: un astronauta in assenza di gravità suscita uno stato di appagamento.

Insomma Sorrentino, attraverso De Santis, ci dà l’immagine di un Presidente della Repubblica entrato nel semestre bianco del fine mandato. Vedovo da otto anni della moglie Aurora, che gli manca sempre tantissimo, è tormentato dal tradimento della stessa, anzi dal nome della persona con la quale l’ha tradito.

Cattolico e autore di un manuale di diritto penale definito come “l’Himalaya K3”, ha due figli: Dorotea, giurista come lui, sempre al suo fianco come il migliore dei fedelissimi, prendendosi cura del padre e della sua salute; Riccardo, compositore e musicista – ma non di musica classica, come lui aveva sperato – che vive a Montréal.

In questi ultimi mesi del suo incarico scopre anche il suo soprannome, “Cemento armato”.

Ma soprattutto si trova a prendere una decisione davanti a due dilemmi morali. Il primo riguarda la richiesta di grazia per Isa Rocca, che ha ucciso il marito nel sonno dopo essere stata a lungo maltrattata, e per Cristiano Arpa, che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer. Il secondo: non sa se firmare o no la legge sul diritto all’eutanasia.

Sono dubbi che lo tormentano, assieme a un passato che più volte riaffiora e di cui cerca di scoprire verità nascoste.

Sorrentino pone l’accento sul concetto di decidere. Decidere è un gesto profondamente umano, un atto che porta con sé una responsabilità che prescinde da qualsiasi norma.

Scegliere di non decidere è una forma di irresponsabilità: chi detiene il potere deve trovare anche il coraggio di farlo. Ma quindi la domanda rimane sempre la stessa: di chi sono davvero i nostri giorni?

E con questo interrogativo lo spettatore uscirà dalla sala cinematografica… e forse solo i coraggiosi ne conosceranno la risposta.