Il Teatro Sannazzaro dovrà tornare a esistere non identico ma fedele alla funzione per cui nacque, ossia permettere a Napoli di riconoscersi mentre parla
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Teatro Sannazzaro / ipa-agency.net
L’incendio che ha dilaniato il Teatro Sannazzaro appartiene all’ordine delle amputazioni: è una sottrazione reale inferta alla coscienza sensibile di Napoli.
Si tratta di una memoria interrotta e non di un edificio bruciato. E l’interruzione, si sa, è la forma più crudele dell’oblio, poiché non concede neppure la dignità del compimento
Il Sannazzaro sorse quando la città cercava ancora di comprendere se stessa nell'Ottocento, in quella stagione in cui la borghesia partenopea, sospesa tra ambizione europea e malinconia domestica, avvertì l’urgenza di dotarsi di un luogo dove la parola non fosse semplice conversazione ma rappresentazione della propria interiorità collettiva.
In quelle tavole si affinarono inflessioni, si disciplinò l’istinto della scena napoletana, si compì un passaggio decisivo: dal gesto spontaneo al gesto consapevole. Gli interpreti che vi transitarono non si limitarono a recitare; educarono l’ascolto di un pubblico che imparava a riconoscersi mentre rideva di sé.
Il Sannazzaro, ergo, fu un laboratorio di autocoscienza urbana.
Il Teatro Sannazzaro, oltre a essere fucina di tradizione e laboratorio della parola napoletana, rivestì un ruolo di prim’ordine nella formazione artistica e nella carriera di Eduardo De Filippo. Non è peregrino affermare che, tra quelle quinte e su quelle tavole, si sedimentarono le prime convinzioni estetiche del grande drammaturgo: il senso della maschera come rivelazione della verità, l’attenzione alla vita quotidiana trasformata in dramma universale, la capacità di rendere sacro il banale. Il Sannazzaro divenne per Eduardo non mero palcoscenico, ma officina della parola incarnata, luogo in cui la comicità si nutriva di pietà e l’ironia di profonda umanità; e ogni incendio che ne cancella la memoria, ergo, non priva la città soltanto di un teatro, ma minaccia di interrompere il filo invisibile che lega l’esperienza di Eduardo all’anima della Napoli teatrale contemporanea.
Senonché il fuoco, nella sua apparente brutalità elementare, possiede una sottigliezza filosofica: esso non cancella, separa. Divide ciò che era continuo.
Sono bruciati velluti, sì; ma soprattutto sono bruciate le stratificazioni invisibili depositate nell’aria: pause tramandate senza saperlo, respiri collettivi, esitazioni divenute stile. Il teatro è un’arte che non abita negli oggetti bensì nella relazione tra corpi; tuttavia quei corpi necessitano di una geografia stabile per tramandare se stessi. Quando tale geografia scompare, la tradizione non muore — si disorienta.
Ma qui s’impone una riflessione ulteriore.
Quando brucia un teatro non arde soltanto la memoria: arde la possibilità stessa dell’arte. L’arte infatti vive in una tensione paradossale — deve essere effimera per restare viva, ma necessita di luoghi stabili per potersi tramandare. Il teatro è la casa dell’istante: protegge ciò che, per natura, non può essere protetto.
Il fuoco spezza questa alleanza.
E per un attimo, in quell’attimo terribile, la civiltà regredisce alla pura sopravvivenza biologica: restano muri anneriti e nessuna parola pronunciabile. L’arte non muore perché mancano gli artisti; muore quando manca lo spazio in cui la comunità accetta di ascoltare qualcosa che non serve a vivere ma serve a comprendere perché si vive.
La cenere del Sannazzaro è dunque una domanda filosofica: che cosa resta dell’uomo quando scompare il luogo dove egli si rappresenta?
Resta la vita, certo — ma una vita priva di riflesso, immediata, quasi naturale. E l’uomo, senza riflesso, torna creatura tra le creature.
Ricostruire: atto morale, non edilizio
Ricostruire il Sannazzaro non significa restaurare un perimetro murario.
Significa riaprire una conversazione interrotta tra generazioni che non si sono mai conosciute ma si sono sempre comprese. Il teatro è il luogo dove i morti insegnano ai vivi come abitare il presente; privarsene equivale a vivere senza maestri, cioè senza memoria attiva. Una città può tollerare la scomparsa di molte cose: botteghe, palazzi, persino quartieri. Ma non può tollerare la scomparsa dei propri spazi di rappresentazione, perché lì non si conserva la bellezza — si conserva la coscienza.
Bisogna ricostruirlo. Non per pietà verso il passato — la pietà immobilizza — ma per responsabilità verso il futuro. Il Teatro Sannazzaro dovrà tornare a esistere non identico, bensì fedele: fedele alla funzione per cui nacque, ossia permettere a Napoli di riconoscersi mentre parla.
Perché vi sono luoghi che non appartengono alla città: sono la città stessa nel momento in cui prende coscienza di essere viva. E quando uno di essi brucia, non si tratta di restaurare un edificio — si tratta di impedire che l’arte, privata della sua casa, impari definitivamente a tacere.

