Naza – documentario diretto dagli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor – svela la normalizzazione della violenza e la spaventosa deresponsabilizzazione che sostengono la distruzione della Striscia di Gaza. Le testimonianze di ventiquattro soldati e membri dell’intelligence israeliana dipingono un quadro di distacco agghiacciante: giovani colti e cresciuti in famiglie progressiste descrivono il massacro con la tranquillità di chi esegue una banale mansione lavorativa.

L'architettura tecno-militare israeliana si avvale di un programma di intelligenza artificiale in grado di valutare “matematicamente” il grado di collusione di ogni individuo con Hamas e di calcolare le quote di civili sacrificabili, autorizzando la morte di centinaia di innocenti per ogni presunto bersaglio. In questo sistema, anche volendo prescindere dalla veridicità di ciò che gli intervistati dichiarano, la coscienza viene posta in secondo piano, se non annullata del tutto perché finiscono per prevalere valutazioni di altra natura: il militare esegue gli ordini senza porsi domande morali, riproducendo tra l'altro la nota giustificazione burocratica avanzata a Norimberga. Il titolo stesso del film, derivato da nezek agavi («danno collaterale»), cela la natura programmata dell'eccidio dietro una locuzione sterilizzata e priva di carica emotiva, consentendo agli esecutori di spegnere l'umanità e integrare la barbarie nella routine borghese.

Questa medesima dinamica di deresponsabilizzazione si riflette nel clima politico e culturale che si è creato in Italia intorno al disegno di legge sull'antisemitismo che, tra l'altro, duplicherebbe la legge Mancino che da trent'anni sanziona ogni azione orientata all'odio e alla discriminazione. Il testo è già passato dalla Commissione all'Aula del Parlamento, andando avanti tra grandi tensioni.

Chiedere l'approvazione di un disegno di legge che rischia di equiparare la critica a Israele, al governo di Netanyahu o al sionismo all'antisemitismo significa erigere uno scudo politico e normativo che, di fatto, avallerebbe ulteriormente i crimini perpetuati fino a questo momento, nonché il modo di rapportarsi ad essi. È come se la memoria della Shoah venisse usata come un faro puntato esclusivamente verso il passato, disinnescando la capacità critica nel presente ed erigendo una gerarchia del dolore in cui le vite dei palestinesi diventano irrilevanti, quasi invisibili o le loro morti tollerabili.

Come ricordato dall'ebreo Moni Ovadia – che definisce il sionismo “criminale, colonialista e genocidario” e questa legge “liberticida, fascista e antisemita” – la cultura e la memoria ebraica non impongono affatto di difendere le evidenti atrocità compiute da Israele e, d'altronde, l'antisemitismo è l'odio per l'ebreo in quanto tale, non per quello che fa ma per quello che è. Opporsi a un provvedimento osceno che confonde la lotta all'antisemitismo con la copertura politica e culturale delle azioni militari criminali israeliane è un atto necessario affinché la memoria, nel rimanere universale, non legittimi apatia e complicità. Siamo pronti per questo? Quand'è che avremo il coraggio di guardare con onestà le sofferenze del presente?