Dalla corsia d’ospedale al ritorno a casa, fino alla nuova diagnosi, il racconto di Sergio è una testimonianza di dignità e forza interiore. Una storia che parla di fragilità, comunità e volontà di vivere
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Ci sono testimonianze che non si leggono: si attraversano. Parole che non chiedono applausi, ma silenzio. Il racconto di Sergio Del Giudice è una di quelle pagine che non si possono sfogliare con leggerezza, perché dentro non c’è solo una malattia. C’è un uomo. C’è un padre. C’è un fratello. C’è una comunità intera che si riflette nella sua battaglia.
Nel centro Aktis di Marano di Napoli era “il Calabrese”. Un soprannome semplice, affettuoso, che racconta molto più di quanto sembri. Era diventato un punto fermo per chi combatteva lo stesso “mostro nero”. Non parlava da eroe, ma da compagno di trincea. Scherzava, incoraggiava, pregava. Ogni mattina portava con sé una boccata d’aria pulita in un luogo dove l’aria spesso sa di paura.
Poi il dolore è arrivato con la forza brutale della radioterapia. La gola piena di spine, dieci chili persi, il cibo diventato un ostacolo. Eppure la vera fatica non era solo fisica. Era continuare a essere padre mentre il corpo cedeva. Era inventare normalità per proteggere i figli. Era scegliere il sorriso come atto di responsabilità, non come spontaneità. Quel sorriso, scrive Sergio, non era più naturale: era una decisione. Un gesto d’amore.
Il ritorno a Cosenza, gli abbracci nel negozio, la torta, i cartelloni, gli amici. Un’alba che sembrava resurrezione. Dormire nel proprio letto come un miracolo. Guardare i figli di nascosto e chiedere a Dio tempo, ancora tempo. In quel passaggio c’è tutta la fragilità e tutta la grandezza dell’uomo: la consapevolezza della precarietà e la volontà di viverla fino in fondo.
Poi la parola che gela il sangue: metastasi. Due noduli polmonari. La notte, chiuso in bagno a piangere. E davanti allo specchio, il dialogo più duro, quello con se stesso. “Non puoi mollare.” Non è retorica da palestra. È disciplina interiore. È sopravvivenza.
La scelta di affidarsi al professor Filippelli, all’oncologia di Paola, l’incontro con medici che, prima ancora di curare, sanno guardare negli occhi. In quelle stanze Sergio ritrova una comunità diversa, ma simile alla prima: uomini e donne segnati dalla stessa battaglia. Nomi che oggi non ci sono più e che lui custodisce come in un forziere. Non li elenca per nostalgia, ma per gratitudine.
Colpisce un passaggio su tutti: “Andiamo a uccidere questa merda.” È una frase ruvida, quasi violenta. Ma dentro non c’è rabbia cieca. C’è la volontà di vivere. C’è il rifiuto di consegnarsi. È la lingua nuda di chi non ha più tempo per le metafore eleganti.
Sergio racconta di essere diventato il “Pierino del reparto”, quello che porta la pasta al forno, che inventa storie, che strappa sorrisi. In un luogo dove il dolore è la materia quotidiana, lui sceglie l’ironia come terapia parallela. Far ridere gli altri diventa ossigeno anche per sé.
La telefonata con l’amico Gionatan, la terapia sperimentale a Milano, la consapevolezza che a volte la scienza non basta. “Mi resta la preghiera.” Due guerrieri stanchi che si parlano senza filtri. Pochi giorni dopo, la morte. Anche questo fa parte del racconto. Senza enfasi, senza retorica. Solo verità.
Quando il corpo crolla, quando restano pelle e ossa, quando serve aiuto anche per lavarsi, la testa continua a comandare: vai avanti. Anche se tremi. Anche se fa male. Anche se la morte bussa.
Non c’è eroismo patinato nelle sue parole. C’è la quotidianità della lotta. C’è la dignità di chi non si autoassolve e non si autocommisera. C’è un uomo che, davanti al buio, decide di restare in piedi.
In un tempo che consuma tutto in fretta, testimonianze come questa ci ricordano che la fragilità non è debolezza. È umanità allo stato puro. E forse il vero coraggio non è non avere paura, ma scegliere ogni giorno di non lasciare che sia la paura a guidare l’ultima parola.

