La decisione del Teatro La Fenice riapre il dibattito su competenze e legittimazione artistica: la vicenda della direttrice d’orchestra mette in luce il rapporto sempre più fragile tra istituzioni culturali e potere.
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Non è questione di essere di destra o di sinistra. È questione di decenza culturale (categoria desueta, ormai archiviata). Si dovrebbe, normativamente, impedire alla politica di trattare l’arte e la cultura come una dependance del proprio ufficio propaganda, vituperandola con cotanta forza.
E invece eccoci qui, nel teatro grottesco di una stagione in cui la cultura viene usata come fondale scenico per un potere che, più che governare, sembra esercitarsi nella coreografia della propria disgregazione.
Il governo guidato da Giorgia Meloni — nell'ultimo periodo traballante sotto il peso di una processione di dimissionari che ricorda più una fuga da un bastimento che una fisiologica rotazione istituzionale — offre oggi un ulteriore atto di questa tragicommedia nazionale: il caso di Beatrice Venezi e la sua esclusione dal Teatro La Fenice.
Beatrice Venezi, figura costruita con indubbia abilità mediatica, è stata negli ultimi anni elevata a simbolo di una certa idea di “rinnovamento culturale”, dove il rinnovamento consiste spesso nel sostituire il merito con la visibilità e la competenza con la consonanza ideologica. Non è un mistero che la sua ascesa sia stata accompagnata da un sostegno politico esplicito, quasi programmatico, come se la direzione d’orchestra fosse una branca della militanza.
Tuttavia il teatro — quello vero — non è fatto da sostegni ai partiti politici.
L’esclusione dalla Fenice - decisa dal sovrintendente Nicola Colabianchi a seguito di alcune affermazioni ritenute offensive che la Venezi avrebbe rivolto ai componenti dell'orchestra - non è un atto di censura ideologica (come qualcuno si affretta a gridare con la consueta isteria binaria), piuttosto il riaffiorare, tardivo e quasi imbarazzato, di un principio che credevamo estinto: la selezione per competenza. Non è un caso che, nel sottobosco della critica musicale, circolasse da tempo un giudizio: «il suo curriculum può essere preso in considerazione per la direzione di un’opera lirica, ma non per la direzione musicale di uno dei teatri più prestigiosi d’Italia». Un’osservazione che, al netto della sua durezza, fotografa un nodo reale: la distanza tra una carriera ancora in consolidamento e le responsabilità di un’istituzione simbolica. Non si tratta di negare il talento che indubbiamente la Venezi possiede, ma di misurare la sproporzione tra ciò che si è e ciò che si pretende di rappresentare.
A questo scarto, già di per sé eloquente, si è aggiunto un elemento che la politica ha tentato goffamente di minimizzare: il dissenso degli abbonati, ossia di quel pubblico fedele e competente che costituisce la spina dorsale di ogni stagione lirica. Non folle anonime, ma orecchie educate, custodi di una tradizione d’ascolto. Tra le poltrone vellutate e i palchi discretamente illuminati, si è levato un mormorio tutt’altro che irrilevante: perplessità sulla tenuta stilistica, dubbi sulla profondità interpretativa, una diffusa sensazione di trovarsi dinanzi a un prodotto più mediatico che musicale.
Ancor più significativo, poi, il malcelato disagio interno all’orchestra — quell’organismo vivente che non si lascia sedurre dai riflettori, ma risponde solo alla grammatica inflessibile del gesto e del suono. Lì, dove la gerarchia è guadagnata, la direzione si legittima prova dopo prova, battuta dopo battuta. E quando questa legittimazione tarda ad arrivare, il silenzio dei professori d’orchestra diventa più eloquente di qualsiasi recensione.
Un tempo le nomine di direzione teatrale seguivano percorsi meno spettacolari e più severi. I grandi teatri italiani, dalla Scala alla Fenice, erano governati da una sorta di aristocrazia del sapere: direttori formati nelle buche orchestrali, cresciuti tra partiture annotate e stagioni consumate nell’ombra, non nei comizi politici. Non era un Eden - certo - la politica ha sempre infilato le sue dita nei gangli della cultura, come ha fatto con la televisione e con i giornali — ma il teatro conservava una sua resistenza sacrale, una dignità quasi liturgica. Era, per usare un’immagine che Gaetano Donizetti avrebbe forse apprezzato, un luogo «casto e bel»: non immune dalle miserie umane, ma refrattario alla loro ostentazione. La figura del direttore d’orchestra — un tempo austera, quasi monastica — viene trasformata in un brand, in un avatar politico, in un simbolo da esibire come prova vivente di una narrazione.
Il caso Venezi è emblematico proprio per questo: è un sintomo sistemico. È il punto in cui la politica, incapace di produrre cultura, tenta di appropriarsene nominando i propri alfieri; ed è anche il punto in cui, talvolta, le istituzioni culturali devono reagire.
Nel frattempo, il governo continua a perdere pezzi come un edificio costruito in fretta e senza fondamenta adeguate. E mentre i corridoi del potere si svuotano di figure che preferiscono defilarsi piuttosto che affondare, si riempiono di simboli fragili, pronti a incrinarsi al primo contatto con la realtà.
Il teatro, almeno, ogni tanto ricorda di essere teatro: luogo di verità, non di propaganda. E quando lo fa, il sipario cala non su uno spettacolo, ma su un equivoco.

