Il sistema sanitario-ospedaliero resta l’emergenza prioritaria, ma la competizione si gioca sull’equilibro tra crescita e lotta alla povertà. Il governatore uscente punta sulle infrastrutture, Tridico rilancia il “reddito di dignità”. In mezzo, il rischio che assistenzialismo e debiti frenino il futuro della regione
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Inclusione e sviluppo sono il vero nodo delle prossime elezioni regionali. Se si dà per scontata la priorità assoluta rappresentata dalla disastratissima Sanità calabrese, su questi due temi si vanno a confrontare i due candidati Occhiuto e Tridico (forse ce ne sarà un terzo, Francesco Toscano per Democrazia Sovrana e Popolare, se raccolgono le firme necessarie per la presentazione delle liste). Il confronto non appare scontato viste le ben chiare posizioni, ma riguarda essenzialmente la scelta di strategia che sarà adottata.
Un manifesto di intellettuali indica in Pasquale Tridico la svolta necessaria di cui la Calabria ha estremamente bisogno, e non c’è da eccepire sulle qualità accademiche e le capacità di serio economista (oltre al fatto di essere una persona perbene), però la sua candidatura, spinosa per molti versi per Occhiuto e tutto il centrodestra, mostra alcune debolezze, su cui il tempo ristretto gioca sicuramente a sfavore.
Tridico è il padre del reddito di cittadinanza e punta sull’inclusione sociale per raccogliere consensi: l’idea di un “reddito di dignità” è ammirevole sotto tutti i punti di vista e alle critiche del centrodestra che mancano le risorse finanziarie necessarie, il professore originario di Scala Coeli (CS) replica che si possono reperire facendo una “raccolta indifferenziata” tra i vari fondi europei che prevedono misure per l’inclusione sociale. Anche il Pnrr, di cui la Calabria ha, allo stato, impegnato poco più del 10% delle risorse a essa destinate, prevede misure finalizzate a contrastare la povertà.
Non abbiamo dubbi sulle affermazioni di Tridico sul reperimento dei fondi (300/500 milioni l’anno) che non possono essere individuati nel bilancio regionale (nel 2023 il consigliere PD Raffaele Mammoliti propose qualcosa un assegno regionale contro la povertà, ma il progetto venne bocciato dall’aula), ma il problema non sono solo i soldi. È l’idea di un ritorno all’assistenzialismo che non genera nuova occupazione e non spinge a cercare il lavoro: i guasti dell’anche benemerito reddito di cittadinanza (che ha risolto problemi a tantissime famiglie fragili e incapienti) sono sotto gli occhi di tutti. Una buona idea che, al di là del penoso e fallace slogan pentastellato lanciato dalla finestra di Palazzo Chigi “abbiamo abolito la povertà”, si è rivelata una pacchia per i soliti furbetti del Paese (pare che qualche musulmano abbia ricevuto l’assegno moltiplicato per il numero delle tre-quattro mogli – legittimamente – a carico). Con il risultato che tantissimi giovani e moltissimi disoccupati hanno – soprattutto al Sud – rifiutato il lavoro (magari facendolo poi in nero) perché era più comodo il RdC che consentiva di continuare a restare in ozio (pagato). Dall’altra parte, non si può non riconoscere che, accanto alle storture e agli abusi perpetrati, in realtà il RdC ha dato respiro a molte famiglie realmente in povertà.
E a proposito di povertà in Calabria i numeri sono contraddittori: secondo l’Istat ci sono 70mila poveri assoluti, secondo altre stime il numero va decuplicato. In ogni caso la lotta alla povertà con l’obiettivo di ridare dignità (e lavoro) alle persone senza sussidi, è certamente un traguardo degno di un Paese civile.
Ma l’inclusione sociale su cui punta Tridico può prevalere su un’idea di sviluppo senza la quale non ci potrà essere riscatto sociale? Tridico non è certamente contro lo sviluppo, ma se, nel programma, dovesse essere costretto a far proprie le posizioni oltranziste e abitualmente schierato sul No a tutto (il famoso “vaffa” che si è rivelato una beffa per gli elettori che ci hanno creduto) il suo consenso popolare sarebbe destinato a una decisa sforbiciata. Uno su tutte il Ponte sullo Stretto su cui – per sola ideologia e nulla di più – Pd, Cinquestelle e tutta la sinistra continuano, ostinatamente, a mostrare opposizione, e che invece è un ineccepibile e indiscutibile volano di sviluppo non solo per i territori della Calabria e della Sicilia, ma di tutto il Mezzogiorno e dell’intero Paese.
Può permettersi la Calabria, a fronte di un progetto divenuto legge dello Stato – a giorni la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale – un Presidente che, contrario al Ponte, dovrà vigilare ed essere attivo su tutte le opere compensative e di complemento che servono a preparare la realizzazione dell’Opera? Come si potrà conciliare una posizione intransigente su una mega infrastruttura che lo Stato ha deciso di realizzare, con voto democratico del Parlamento, con l’idea di sviluppo che il Ponte stesso porta in dote?
È un bel problema e, probabilmente, il prof. Tridico si è già chiesto quale potrebbe essere la soluzione migliore. E qui ci permettiamo un suggerimento: non sia l’inclusione sociale il cavallo di battaglia della sua campagna elettorale, perché, sì, raccoglie facilmente il consenso popolare, ma non soddisfa le reali esigenze della regione, che ha bisogno di crescita e sviluppo, mediante anche un corposo piano infrastrutturale. Ma punti sullo sviluppo (da cui ovviamente deriva implicitamente l’impegno per l’inclusione) indicando priorità e le idee che possano offrire un salto di qualità all’immobilismo cronico che affligge la Calabria.
D’altro canto, il Presidente uscente Roberto Occhiuto punta tutto sullo sviluppo della regione, per convincere gli elettori a riconfermargli la fiducia, ma non dovrà trascurare il problema povertà e inclusione sociale che affligge troppe famiglie con conseguenze nefaste per le nuove generazioni. Il rischio è di vedere crescere in povertà un quarto della popolazione calabrese, soprattutto quella che vive nelle aree più depresse (quasi tutte…) e quindi abituarsi all’idea di un 25% di giovani dannatamente poveri e deprivati di qualunque prospettiva di benessere. Non ce lo possiamo permettere e non intervenire a favore di chi ha bisogno (bambini denutriti, anziani privi di cure, famiglie con disabili che vivono di aiuti occasionali) è una vergogna per un Paese civile e, soprattutto, per una regione che ha nel proprio dna i valori dell’accoglienza e della solidarietà.
In buona sostanza, non ci può essere sviluppo senza inclusione sociale, ma quest’ultima non può guidare (o, peggio, condizionare) il percorso di crescita dei territori. Dare l’assegno sociale a chi ne ha diritto (e davvero bisogno) è un impegno che entrambi gli schieramenti –possibilmente in modo trasversale, al di là di chi vince e chi perde in questa competizione elettorale – devono obbligarsi a rispettare. Poi, le modalità di utilizzo (c’è chi giocava alle slot machine con il RdC…) vanno studiate perché il sussidio sia davvero tale. Ma allo stesso tempo si rifugga dall’idea di un nuovo provvedimento di assistenzialismo: la Calabria e tutto il Mezzogiorno non vogliono aiuti sostitutivi, ma opportunità di impiego con stipendi dignitosi e, perché no?, formazione. In Sicilia hanno già formato e preparato giovani tecnici, manovali, carpentieri, etc per i lavori del Ponte: in Calabria non risulta alcuna iniziativa del genere.
Per chiudere, torniamo al punto cruciale, la sanità. Se non si azzera il debito (azzerare, non cancellare: sarebbe ingiusto nei confronti di chi legittimamente deve essere ancora pagato) non si va da nessuna parte. Occhiuto, avventatamente, alcuni mesi fa annunciava “a giorni” la fine del Commissariamento: siamo a fine agosto e sappiamo com’è andata a finire. Il problema è che sono tanti gli interventi necessari (si legga l’accurato Manifesto di Comunità Competente), ma se i fondi sono utilizzati a pagare le rate del rientro del debito, restano poche risorse da investire. Su questo, principalmente, si gioca la roulette del 5-6 ottobre.