Nel dibattito pubblico italiano si parla spesso della crisi del Servizio sanitario nazionale. Liste d’attesa infinite, ospedali che chiudono reparti, personale sanitario allo stremo e territori – soprattutto nel Mezzogiorno – dove il diritto alla salute appare sempre più fragile. In questo scenario, però, esiste una realtà poco discussa e raramente affrontata con chiarezza: il rapporto tra lo Stato italiano, il Servizio sanitario nazionale e alcune grandi strutture sanitarie legate al Vaticano.

Il caso più emblematico è quello dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. La struttura, di proprietà della Santa Sede, opera in regime di convenzione con il Servizio sanitario nazionale. Ciò significa che, pur essendo un ente di diritto privato vaticano, riceve finanziamenti pubblici italiani per l’erogazione delle prestazioni sanitarie.

Il bilancio 2025 dell’ospedale è influenzato anche da misure di finanziamento statale. Un decreto pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 1° agosto 2025 (n.177) prevede infatti interventi specifici a sostegno della struttura. Non si tratta di un caso isolato: negli anni sono stati previsti stanziamenti diretti, tra cui 20 milioni di euro destinati proprio all’ospedale pediatrico. Parallelamente, l’istituto continua ad attrarre fondi attraverso fondazioni collegate, come la “Cari Bambini”, oltre a risorse dedicate a programmi di assistenza internazionale.

Il Bambino Gesù è senza dubbio una struttura di eccellenza, riconosciuta a livello europeo per la ricerca pediatrica e per l’alta specializzazione clinica. Ma resta aperta una questione politica e istituzionale: quale deve essere il rapporto tra finanziamenti pubblici italiani e strutture sanitarie appartenenti a uno Stato estero, per quanto speciale come la Santa Sede?

Il tema si fa ancora più delicato osservando ciò che accade in altri ospedali legati al mondo ecclesiastico e, in specifico, al Vaticano. Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo, l’ospedale voluto da Padre Pio, è finita recentemente al centro dell’attenzione mediatica dopo un’inchiesta televisiva della trasmissione Far West condotta da Salvo Sottile. Dai servizi giornalistici emergerebbe un quadro preoccupante: conti in rosso, debiti complessivi stimati intorno ai 250 milioni di euro, polemiche sui costi del personale e tensioni con i lavoratori. Una situazione che avrebbe costretto il Vaticano a intervenire con rassicurazioni e con la promessa di un piano di risanamento. Tra debiti milionari, accuse di clientelismo e proteste sindacali, la struttura pugliese rappresenta un esempio di quanto fragile possa diventare il modello gestionale quando sanità, religione e finanza si intrecciano.

Non va meglio, almeno sul piano dei conti, neppure al Policlinico Universitario Agostino Gemelli, altra grande struttura sanitaria di riferimento nazionale legata all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Il bilancio al 31 dicembre 2024 registra una perdita di esercizio di oltre 57 milioni di euro. La continuità aziendale è stata garantita anche grazie alla postergazione di un finanziamento da 100 milioni di euro concesso dalla stessa università.

Tre casi diversi, tre storie differenti, ma un unico interrogativo di fondo: quale modello di sanità vuole perseguire l’Italia e quale ruolo vuole avere il Vaticano nell’intreccio tra religione, istituzioni e denaro?

Il sistema delle convenzioni con il privato – inclusi gli ospedali di matrice religiosa – è parte integrante del Servizio sanitario nazionale.

In molti casi queste strutture garantiscono eccellenze cliniche, ricerca avanzata e servizi che il pubblico fatica a sostenere da solo. Tuttavia, il problema nasce quando i confini tra missione sanitaria, gestione economica e responsabilità pubblica diventano opachi.

Se i fondi sono pubblici, la trasparenza deve essere pubblica. Se le prestazioni sono garantite dal Servizio sanitario nazionale, allora i criteri di controllo e di accountability devono essere gli stessi previsti per gli ospedali statali.

A questa riflessione se ne affianca un’altra, più scomoda ma non meno importante. Attorno ad alcune strutture sanitarie legate al mondo ecclesiastico, negli anni, si sono moltiplicate segnalazioni e testimonianze su presunti meccanismi di accesso ai ruoli dirigenziali e amministrativi influenzati da relazioni personali, appartenenze ecclesiali o reti di prossimità politica. Vescovi e vertici ecclesiastici direttamente interessati hanno sempre respinto con decisione queste accuse, parlando di illazioni e ribadendo la correttezza delle procedure. Tuttavia il solo fatto che tali sospetti emergano con una certa frequenza dovrebbe indurre a rafforzare i sistemi di selezione e controllo, proprio per evitare che l’ombra del clientelismo possa offuscare istituzioni nate con una missione di carità e servizio.

La sanità non può diventare terreno di ambiguità istituzionali. Il principio costituzionale è chiaro: la tutela della salute è un diritto fondamentale e un interesse della collettività. Non può essere subordinato né a equilibri diplomatici né a logiche finanziarie poco chiare.

Forse è arrivato il momento di aprire un confronto serio e non ideologico su questo tema. Non contro la Chiesa, né contro le strutture religiose che hanno spesso rappresentato una risorsa storica per la sanità italiana. Ma a favore di una regola semplice: ogni euro pubblico deve essere tracciabile, verificabile e giustificato.

Perché mentre alcuni grandi ospedali convenzionati ricevono interventi straordinari, nel resto del Paese il Servizio sanitario nazionale continua a lottare per garantire ciò che dovrebbe essere scontato: il diritto di ogni cittadino a curarsi.