La riforma delle indicazioni nazionali per i licei introduce un cambiamento significativo nello studio della letteratura italiana: I promessi sposi non vengono più proposti nel biennio come riferimento centrale, ma rinviati al quarto anno, quando si affronterà in modo sistematico l’Ottocento. La scelta si fonda sull’idea che il romanzo sia linguisticamente e concettualmente troppo impegnativo per studenti di tredici o quattordici anni e che sia più efficace proporre loro testi ritenuti più accessibili e vicini alla sensibilità contemporanea.

In alternativa, gli insegnanti sono invitati a privilegiare un percorso di letture integrali più ampio e diversificato, includendo autori italiani e stranieri capaci di intercettare l’interesse degli studenti: dalla narrativa novecentesca fino ai generi popolari come il giallo, la fantascienza o l’horror. L’obiettivo dichiarato è incentivare la pratica della lettura attraverso testi percepiti come più coinvolgenti, aumentando progressivamente il numero di libri affrontati nel corso degli anni. Anche altri pilastri del canone subiscono una rimodulazione: la Divina Commedia viene concentrata in due anni, con una selezione di canti che ne restituisca l’impianto generale senza necessariamente seguirne l’intero sviluppo.

Il dibattito tra i docenti appare diviso. Alcuni ritengono sensato posticipare opere complesse, sostenendo che una fruizione anticipata rischi di ridursi a una lettura frammentaria e poco significativa. Altri, invece, difendono la centralità dei classici nella formazione, ritenendo che rinunciarvi nei primi anni equivalga a privare gli studenti di un’esperienza fondamentale.

Se si guarda alle conseguenze di questa scelta, il nodo non è tanto lo spostamento cronologico della lettura di un testo, quanto il criterio che lo giustifica. L’idea di fondo sembra essere che la difficoltà costituisca un ostacolo da aggirare, più che una dimensione con cui confrontarsi. È qui che emerge un limite di metodo: semplificare l’accesso ai contenuti non equivale automaticamente a migliorare l’apprendimento.

Una scuola che riduce progressivamente il grado di complessità, da un lato, può indurre un’adesione più immediata degli studenti, facilitandone il coinvolgimento; dall’altro, però, potrebbe indebolire proprio quelle competenze che la letteratura contribuisce a costruire: la capacità di affrontare testi difficili, di sostare nell’ambiguità, di misurarsi con una lingua distante.

Nel caso specifico, rinviare I promessi sposi significa sottrarre al biennio un’occasione di confronto precoce con una forma complessa di narrazione e con un modello linguistico stratificato. Non è affatto certo che recuperarlo più tardi compensi questa perdita: l’incontro con un classico non è neutrale rispetto al momento in cui avviene e anticiparlo può avere una funzione formativa proprio perché mette in difficoltà.

La stessa logica vale per la rimodulazione della Divina Commedia. Ridurne l’estensione e trattarla per selezione può favorire una visione d’insieme, ma rischia di trasformare un’esperienza di lettura progressiva in una serie di esempi isolati. Si passa così da un percorso di attraversamento a una campionatura, con effetti evidenti sul modo in cui gli studenti percepiscono l’opera.

Più in generale, la riforma sembra muoversi verso una didattica orientata alla fruibilità immediata, dove il criterio della “piacevolezza” tende a sostituire quello della rilevanza formativa che amplia gli orizzonti senza necessariamente confermarli. Una scuola del genere non rinuncia in parte alla propria funzione?

Il rischio, dunque, non è tanto la presenza di autori contemporanei o di generi popolari, che possono anzi arricchire il percorso, quanto la perdita di un equilibrio tra accessibilità e complessità. Senza un metodo chiaro che governi questa selezione, la semplificazione può diventare una scorciatoia. E, si sa, le scorciatoie, in ambito educativo, raramente producono risultati duraturi.