Una volta gli attori provavano mesi per raggiungere la verità d’una battuta; oggi basta interrompere qualcuno ogni trenta secondi con aria istericamente scandalizzata e il pubblico applaude come se stesse assistendo a Čechovc
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Qualche tempo fa il teatro era ancora rito, vertigine, sacrificio. Si entrava in sala con la stessa disposizione d’animo con cui si varcava la soglia di un tempio. Di fatto il teatro è un tempio: il tempio della cultura.
Il teatro non nasce per fungere da prolungamento del salotto televisivo. Dobbiamo ricordarci che è il luogo dove l’uomo si misura con il proprio abisso.
La parola stessa lo suggerisce. “Teatro” deriva dal greco théatron: il luogo della visione. Non il luogo del chiasso. Non il luogo dell’opinione gridata. Non il luogo dove un conduttore televisivo, un giornalista, un politico, un teachtoker trasporta, come un venditore ambulante, il medesimo repertorio di urla, slogan e indignazioni prefabbricate che già vomita ogni sera in televisione o sul web. Il teatro è visione. E vedere, in senso tragico, significava comprendere.
Su quei palcoscenici si sono consumate liturgie irripetibili. Là dove oggi un editorialista sbraita contro il “politicamente scorretto” o populisticamente contrari all'immigrazione, ai diritti civili, e chi più ne ha più ne metta, risuonarono le invocazioni incandescenti di Maria Callas. Là dove oggi si allestisce l’ennesima conferenza travestita da spettacolo, Tito Gobbi scolpiva il dramma con la voce e col silenzio. Là dove un opinionista da prime time si agita come una moka dimenticata sul fuoco, Luciano Pavarotti faceva tremare i teatri con un solo fiato.
E ancora: la prosa. La carne viva della parola. Eduardo De Filippo che saliva sul palco non per esibirsi, ma per incidere. Per mostrare il dolore minuto degli uomini, il tragico nascosto nelle cucine, nei bassi, nelle famiglie disfatte. Eduardo non “riempiva sale”, riempiva coscienze. Dario Fo, Pirandello, e tutti gli altri che portavano in scena le umane condanne, facendo anche, e soprattutto, critica sociale e, perché no, politica.
Poi c’era la danza. La disciplina feroce del corpo. Le ossa spezzate nell’eleganza, la grazia ottenuta attraverso l’umiliazione quotidiana della fatica. Le ballerine e i ballerini che consumavano i piedi per raggiungere un istante di leggerezza assoluta. E oggi? Oggi basta un microfono ad archetto e una dose industriale di egotismo per autoproclamarsi “uomini di spettacolo”.
È questo il miracolo contemporaneo: l’incompetenza elevata a tournée.
Ed eccoli allora, i nuovi sacerdoti del nulla scenico. Giornalisti, polemisti, tribuni del talk show che improvvisamente scoprono il teatro come si scopre una spa con cachet incluso. E pur senza arte né parte riempiono le sale. E qui sta la tragedia più autentica: il pubblico che confonde il teatro con l’estensione tridimensionale di Twitter.
Giuseppe Cruciani approda a teatro con “La Crux”, monologo costruito sull’ormai esausta liturgia del “dico quello che voi non avete il coraggio di dire”.
Che sarebbe già una frase tragicomica, considerando che viene pronunciata ogni sera da qualcuno in televisione, in radio, sui podcast, su YouTube e probabilmente anche nei gruppi WhatsApp delle bocce condominiali.
Il punto è che Cruciani non porta in scena un’opera: porta Cruciani. Non un personaggio, non una metamorfosi, non una scrittura teatrale. Porta sé stesso. Il che equivale, artisticamente, a chi invitasse ospiti a cena servendo il proprio ego in terrina.
David Parenzo lo segue in questa mutazione genetica del dibattito pubblico: il talk-show che diventa tournée, la rissa televisiva che si fa spettacolo itinerante.
Una volta gli attori provavano mesi per raggiungere la verità d’una battuta; oggi basta interrompere qualcuno ogni trenta secondi con aria istericamente scandalizzata e il pubblico applaude come se stesse assistendo a Čechov.
Mario Giordano, addirittura, approda a teatro con spettacoli che sembrano l’evoluzione scenica dell’urlo.
Più che teatro, un esperimento acustico. Se Eschilo avesse sentito certi monologhi, avrebbe chiesto il rimborso anche dall’Ade.
E poi Gianluigi Paragone, eternamente sospeso fra comizio, invettiva e karaoke populista.
L’impressione è che molti di questi spettacoli nascano da un equivoco fondamentale: credere che avere opinioni equivalga ad avere un’arte.
Gianluigi Nuzzi, con la sua perpetua estetica da dossier rivelatorio, sembra aver trasformato il palcoscenico in una succursale di “Quarto Grado”.
Manca solo il plastico di Cogne tra il primo e il secondo atto.
Persino Michele Santoro, veterano della gladiatura televisiva, ha flirtato con formule sceniche dove il dibattito politico assume posture teatrali.
L’eterna assemblea studentesca degli anni Settanta reincarnata sotto le dorature dei palchi reali.
Il punto, naturalmente, non riguarda le idee politiche. Riguarda l’equivoco monumentale della contemporaneità: la celebrità viene scambiata per arte. Si presume che l’abitudine alla telecamera equivalga a possedere presenza scenica; che l’opinione sostituisca la scrittura; che il consenso mediatico basti a giustificare il sipario.
E naturalmente il contagio non poteva arrestarsi ai giornalisti. Nell’epoca in cui ogni mestiere ambisce disperatamente a diventare spettacolo, anche il docente social — o, per usare il barbarismo contemporaneo, il teach-toker — reclama il proprio posto sotto i riflettori.
Così il teatro, che un tempo pretendeva apprendistato, disciplina, vocazione quasi monastica, si ritrova colonizzato da divulgatori motivazionali armati di microfono ad archetto, luci da convention aziendale e storytelling emozionale da reel Instagram.
E intorno a loro proliferano festival, eventi, reading, “one man show”, incontri-spettacolo, dibattiti performativi: tutta una nomenclatura escogitata per evitare di dire la verità. Non è teatro. È intrattenimento da palinsesto con sipario.
Naturalmente le sale si riempiono. Viviamo nell’epoca in cui il pubblico non cerca più la trascendenza artistica: cerca familiarità. Vuole vedere dal vivo il personaggio televisivo come un pellegrino medievale voleva contemplare la reliquia del santo. Solo che qui la reliquia è un’opinione urlata contro l’Europa, il gender o i monopattini elettrici.
Vincenzo Schettini ne costituisce l’esempio più emblematico: professore divenuto fenomeno mediatico, trasferisce sul palco la formula che già prospera sui social.
Ora, sia chiaro: spiegare la fisica con passione possiede una sua dignità pedagogica. Ma il punto resta un altro. La divulgazione non coincide automaticamente con il teatro, esattamente come saper preparare una buona carbonara non trasforma qualcuno in Antonin Artaud.
Nel frattempo, attori veri mendicano scritture. Cantanti lirici studiano per decenni davanti a platee semivuote. Danzatori consumano il corpo per cachet offensivi. Registi di talento chiudono compagnie. Le accademie sfornano artisti che non troveranno mai spazio perché il cartellone è occupato dall’ennesimo giornalista che “porta in scena sé stesso”.
E forse è proprio questo il punto più grottesco: il teatro nacque per consentire agli uomini di uscire da sé. Oggi viene usato, invece, per amplificare narcisismi già abbondantemente irradiati da televisioni e social network.
Il palcoscenico, un tempo luogo della metamorfosi, è diventato il parcheggio dell’ego.

