Di fronte a certe cose, purtroppo, mi vergogno di essere italiano.

Mi vergogno non per ciò che il nostro Paese rappresenta nei suoi valori più alti, ma per lo spettacolo indegno, violento e disumano che si è consumato nelle strade di Torino, travestito da protesta e rivendicato come atto politico. Perché chiamare “manifestazione” ciò che è accaduto è già una forzatura linguistica: quello a cui abbiamo assistito è stato altro. È stato sfogo cieco, aggressione organizzata, culto della violenza elevato a linguaggio politico. La protesta nasce formalmente contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, una realtà che da anni occupava abusivamente uno stabile e che è diventata, nel tempo, un simbolo per una certa area antagonista. Questo è il contesto, ed è giusto dirlo. In uno Stato di diritto è legittimo criticare una decisione amministrativa, è legittimo dissentire, è legittimo scendere in piazza. Ma la legittimità del motivo non assolve mai l’illegittimità dei mezzi. Ed è qui che tutto crolla.

Quella che doveva essere una protesta si è trasformata in una guerriglia urbana, fatta di bombe carta, bastoni, caschi, accerchiamenti, aggressioni mirate. Uomini e donne della Polizia di Stato sono stati trattati come nemici da abbattere, non come funzionari pubblici che stavano svolgendo il loro lavoro. È in questo passaggio che si manifesta qualcosa di profondamente disumano: la perdita totale del limite, l’annullamento dell’altro, la riduzione della persona a bersaglio.

Il parallelo con quanto accaduto negli Stati Uniti dopo l’uccisione di George Floyd è inevitabile. Anche lì, da una causa giusta, sacrosanta, la denuncia del razzismo e delle violenze sistemiche, si è passati, in molti contesti, a una spirale di devastazione, saccheggi, aggressioni indiscriminate. La rabbia, comprensibile all’origine, è stata intercettata e trasformata in violenza fine a sé stessa. Non più lotta per i diritti, ma odio organizzato, non più protesta, ma guerra contro tutto e tutti.

A Torino abbiamo visto lo stesso meccanismo, in scala diversa ma con identica logica. Non c’era più alcuna rivendicazione riconoscibile, nessuna proposta, nessuna parola. Solo il linguaggio primitivo della forza. E quando una protesta rinuncia alla parola e sceglie il pugno, perde automaticamente ogni dignità morale. Diventa il contrario di ciò che dice di difendere.

C’è qualcosa di profondamente scorretto, e sì, disumano, nel colpire chi indossa una divisa come se quella divisa annullasse l’umanità della persona che la porta. Dietro ogni casco c’è un volto, una famiglia, una vita. Fingere di non saperlo è una menzogna comoda, ma pur sempre una menzogna. La Polizia di Stato non è un’entità astratta: è composta da cittadini che hanno scelto di servire lo Stato e, attraverso esso, tutti noi.

Colpisce, e fa male, il rovesciamento morale che una certa retorica continua a proporre: chi aggredisce viene dipinto come “resistente”, chi difende l’ordine pubblico come “oppressore”. È una narrazione tossica, infantile, pericolosa. Perché uno Stato che rinuncia a far rispettare le proprie regole non diventa più giusto: diventa semplicemente più debole. E i primi a pagare il prezzo della debolezza dello Stato sono sempre i cittadini più fragili, non certo i professionisti del caos.

Non c’è nulla di rivoluzionario nel lanciare una bomba carta contro un agente. Non c’è nulla di eroico nell’accerchiare una persona in divisa. Non c’è nulla di politico nel seminare paura. C’è solo violenza, e la violenza non emancipa, non libera, non costruisce. Distrugge e basta. Distrugge la fiducia, il senso di comunità, la possibilità stessa di un conflitto civile e democratico.

E allora sì, di fronte a certe immagini, di fronte a certi video, di fronte a certi slogan urlati mentre qualcuno viene portato via ferito, mi vergogno. Mi vergogno perché quella rabbia non parla a nome mio. Mi vergogno perché quella piazza non rappresenta il dissenso, ma il suo fallimento. Mi vergogno perché chi dice di lottare per la libertà ha mostrato di non saperla riconoscere nemmeno negli altri.

Questo non significa negare il diritto alla protesta, né santificare ogni scelta dello Stato. Significa, molto più semplicemente, riaffermare un principio basilare: i diritti si difendono con altri diritti, non con la violenza. Quando si supera quella soglia, si entra in un territorio oscuro dove tutto è permesso, e dove alla fine non vince nessuno.

Per questo voglio chiudere con un messaggio chiaro e senza ambiguità. La mia solidarietà va alla Polizia di Stato, a chi ha affrontato quella giornata con professionalità, autocontrollo e senso del dovere. A chi ha difeso non un potere astratto, ma le regole che garantiscono i miei diritti e i nostri diritti. A chi, pur insultato e colpito, ha continuato a fare il proprio lavoro nel solco della legalità.

In un tempo in cui la violenza viene troppo spesso giustificata, io scelgo di stare dalla parte di chi difende lo Stato di diritto in modo giusto e corretto. Perché senza quello, senza uomini e donne che lo proteggono, non resterebbe che il rumore sordo della sopraffazione. E quello sì, sarebbe lo schifo più grande.