Emblematico il caso della professoressa accoltellata da un alunno: alcuni decenni fa non era immaginabile neanche dalle fantasie più sfrenate. Un racconto personale che diventa riflessione collettiva su educazione, famiglia e cambiamento sociale
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Sono diventati numerosi i ragazzi che fin dalla scuola media si recano a scuola armati di coltello, talvolta, di pistola. Ormai gli episodi di violenza nell’ambito scolastico sono all’ordine del giorno. Di recente ha fatto particolare clamore quel ragazzo, non ancora tredicenne, che in un paesino della provincia di Bergamo ha aggredito con un coltello la sua professoressa, rimasta per miracolo in vita, anche grazie ad un altro suo studente che l’ha difesa. Si tratta di un fenomeno assai ricorrente che si tenta di arginare aumentando le pene, quando è noto che il rimedio è infinitamente più complesso e si costruisce principalmente in famiglia.
Proprio in questi giorni ho comprato un libro di un autore di qualità, Raffaele Simone, un linguista di fama internazionale del quale avevo letto, ormai molti anni fa, «Il Mostro Mite» che raccontava nel clima di dilagante globalizzazione la drammatica crisi che attraversava la sinistra all’inizio del XXI secolo. Visibilmente abbagliata da un avvolgente consumismo, che ha ormai azzerato il sentimento della rinuncia e dell’altruismo, elementi indispensabili della militanza d’un tempo lontano.
Il libro appena uscito per Laterza s’intitola «La vita anteriore». Si tratta dell’autobiografia della generazione nata a cavallo degli anni Quaranta che si è trovata «a saltare un evo intero o forse più». Mi sono soffermato sulle pagine dedicate alla scuola del tempo, di cui anche io ho fatto parte.
Inutile dire che solo l’idea che in quella stagione postbellica si potesse accoltellare la propria insegnante non era immaginabile neanche dalle fantasie più sfrenate. Quel gesto violento non lo si poteva neanche definire un sacrilegio perché la mente degli studenti dell’epoca, quell’idea, non riusciva a generarla.
Gli insegnanti, ricordo, provenivano da concorsi severi. Gli strumenti che si usavano per l’apprendimento della scolaresca, il sussidiario alle elementari e l’antologia alle medie, erano considerati oggetti sacri. Nel senso che si consultavano frequentemente in classe e a casa. Per me, che avevo avuto la sfortuna di nascere in una casa priva di libri, erano un raggio di luce su di un mondo ancora frammentario che d’incanto mi si dischiudeva dinanzi.
Solitamente nel pomeriggio giocavo con i miei compagni al calcio. Una passione coltivata tutta la vita. Il primo pallone con cui ho giocato era una pezza imbottita di rimasugli di tessuto a cui la mia sapientissima mamma si sforzava di dare una parvenza sferica. Un pallone a cui mancava però un elemento essenziale: il terreno di gioco. Giocavo infatti su di un campo di pietrisco dove ovviamente il pallone di mamma non rimbalzava e ogni caduta lasciava il segno.
Ma, tornando alla scuola, di quei bravi insegnanti del dopoguerra ricordo un’attitudine sapiente: leggevano l’antologia in classe. Compivano un atto del cui valore noi studenti solo più tardi ci siamo resi conto. Non solo instillavano buoni sentimenti – compito essenziale dell’insegnamento – ma inculcavano nel contempo un fascino supplementare: quello della lettura.
L’alfabeto simbolico che giorno dopo giorno ci penetrava dentro, diventava in alcuni di noi la passione della vita. Meglio, un vizio, con la costanza e l’invincibilità del vizio. Oggi che sono molto più in là con gli anni, operando un fantastico volo a ritroso, mi accorgo che non è esistito nessun giorno della mia vita che non abbia dedicato, almeno per qualche ora, alla lettura.
In questo libro appena acquistato, cercando le pagine sulla scuola mi sono accorto che con l’autore, nelle medie, abbiamo fatto, sotto la guida dell’insegnante, le stesse letture. Carducci, Pascoli, ricorda Raffaele Simone, erano d’obbligo. Specie nella parte più dolorosa della loro esistenza.
I versi di «Funere mersit acerbo» di Carducci, che si rivolge al fratello morto affidandogli il proprio figlio Dante deceduto a soli tre anni, l’autore del libro li vive esattamente come io li ho vissuti in quegli anni lontani.
«Di Pascoli – afferma l’autore – dovevamo immancabilmente studiare «La cavalla storna» che racconta del misterioso assassinio di suo padre». Autori dunque che tutti abbiamo nella stagione del dopoguerra conosciuto.
Nel ricordarli con una certa tenerezza essi fanno affiorare anche i volti dei nostri professori, non sbiaditi dall’usura del tempo, che dispongono di un posto privilegiato della nostra memoria. Spesso mi sorprendo a pensare quanto più povera sarebbe stata la vita di tanti studenti, soprattutto nel Sud, i quali, in quello straordinario rimescolio delle classi sociali, favorito dalla nascente democrazia, impossibilitati a trovare un libro nelle loro misere case, senza gli stimoli di alcuni professori.
Ho spesso ripetuto che bisognerebbe costruire in loro onore un monumento in piazza. Quelle figure di insegnanti sembrano sfilare nella memoria di tante persone, ormai adulte, come divinità protettive in un immaginario sacrario del tempo.
Impossibile oggi accettare che alcuni studenti, incancreniti dalla violenza che oggi si respira dappertutto, nel mondo ma soprattutto nei social e anche nei cellulari, accoltellino i propri insegnanti.

