L’ex capogruppo del Pd presenta il 29 ottobre a Cosenza il libro dedicato ai suoi dieci anni in Consiglio regionale e rilancia lo scontro sulla riforma Calderoli. Nel mirino anche il ridimensionamento dell’assemblea: «Un Presidente forte non deve significare un Consiglio debole»
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Dieci anni vissuti nelle istituzioni regionali, tra battaglie politiche, interrogativi sul ruolo delle Regioni e una riflessione sempre più urgente sul futuro della Calabria. Da questa esperienza nasce il libro di Domenico Bevacqua, già capogruppo del Partito Democratico in Consiglio regionale, dal titolo “Appunti su dieci anni nelle istituzioni. Domande e riflessioni su regionalismo, autonomia e territori”, che sarà presentato il prossimo 29 ottobre a Cosenza.
Un libro che parte dall’esperienza politica per interrogarsi sulle trasformazioni delle istituzioni, sul rapporto tra Stato e Regioni e, soprattutto, sulle conseguenze che l’autonomia differenziata può avere sui diritti dei cittadini e sugli equilibri territoriali.
In questa intervista Bevacqua ripercorre alcune delle questioni centrali del suo libro e torna a chiedere alla Calabria una posizione chiara sull’autonomia differenziata, chiamando direttamente in causa il presidente Roberto Occhiuto. Ma riflette anche sul progressivo ridimensionamento del Consiglio regionale e sulla necessità di restituire centralità al confronto democratico nelle istituzioni.
Dopo dieci anni nelle istituzioni ha deciso di raccontare la sua esperienza in un libro. Da dove nasce questa esigenza?
«Nasce dal bisogno di fermarmi a riflettere su un’esperienza che mi ha profondamente arricchito, sul piano umano e politico. In questi anni ho affrontato temi sui quali mi interrogo da tempo, come l’autonomia differenziata, e altri che sono maturati proprio attraverso il mio ruolo di consigliere regionale, come il funzionamento delle Regioni, il loro rapporto con lo Stato e con i territori e il modo in cui le istituzioni possono rispondere meglio ai bisogni delle comunità. Il libro raccoglie queste riflessioni, senza la pretesa di dare risposte definitive, ma con la volontà di condividere interrogativi che considero non solo aperti, ma vitali per la nostra Regione, tra cui, appunto, il tema dell’autonomia differenziata».
Il Governo ha sottoscritto le intese definitive con quattro Regioni del Nord, aprendo una nuova fase dell’autonomia differenziata. La Campania ha già impugnato davanti alla Corte costituzionale la legge sull’autonomia differenziata. Lei e il PD calabrese vi opponeste già nel 2018 alle pre-intese di un Governo di cui facevate parte. Oggi chiede a Occhiuto di seguire la strada della Campania e impugnare i nuovi provvedimenti del Governo?
«Mi consenta di dire che la decisione del Governo Meloni rende ancora più attuale e, mi auguro, più interessante il contenuto dei miei appunti: direi che cade a fagiolo.
Detto questo, nel 2018 ci opponemmo alle pre-intese perché avevamo compreso che il problema non fosse soltanto stabilire chi dovesse esercitare determinate competenze, ma quali conseguenze quelle scelte avrebbero prodotto sui diritti dei cittadini e sugli equilibri tra territori. Per noi veniva prima di tutto la tutela dei diritti fondamentali dei calabresi. E non abbiamo cambiato posizione in base a chi governava: abbiamo difeso una convinzione che racconto nel mio libro.
Oggi la scelta della Campania di ricorrere alla Corte costituzionale, dopo l'approvazione di ieri del decreto legislativo da parte del governo meloni sulle intese con 4 regioni del Nord, dimostra che le preoccupazioni sui divari territoriali non possono essere liquidate come una battaglia di parte o una rivendicazione del solo Mezzogiorno. Per questo mi aspetto che Occhiuto esca dall’ambiguità e chiarisca da che parte sta. Se ritiene davvero che la Calabria debba recuperare i propri ritardi, deve avere il coraggio di assumere decisioni coerenti e di tutelare concretamente la propria Regione, anche valutando l’impugnazione dei nuovi provvedimenti, come ha fatto la Campania.
La Calabria non migliora con una narrazione più social, ma cambia se i cittadini percepiscono sulla propria pelle servizi migliori e vedono riconosciuti i propri diritti sacrosanti».
Nel libro lei parla di una progressiva mortificazione del ruolo del consigliere regionale, legata anche all’elezione diretta del Presidente della Regione. Perché, secondo lei, questo modello ha finito per ridimensionare il ruolo del Consiglio regionale?
«L’elezione diretta del Presidente ha garantito maggiore stabilità agli esecutivi, ma ha anche concentrato il potere decisionale, ridimensionando il ruolo del Consiglio regionale. Il rischio è che l’assemblea diventi una sede di ratifica di decisioni già assunte altrove, anziché il luogo del confronto e del controllo.
L’ho constatato anche con il ricorso ai provvedimenti omnibus, talvolta utilizzati per intervenire su materie importanti, bypassando il confronto nelle Commissioni e in Aula.
Il problema, mi consenta di dirlo, riguarda anche la maggioranza, i cui consiglieri rischiano di essere ridotti a garanti dei numeri. Un Presidente forte non deve significare un Consiglio debole. La stabilità dell’esecutivo non può sacrificare la rappresentanza, il confronto e il controllo democratico».
Qual è l’auspicio con cui affida questo libro ai lettori?
«Mi auguro che queste pagine contribuiscano ad aprire una discussione seria sul futuro della Calabria e sul ruolo delle istituzioni. Non ho la presunzione di dare risposte, ma credo che sia arrivato il momento di porci le domande giuste. Mi auguro che questo libro riesca a porne qualcuna in più e, soprattutto, a scuotere dal torpore la società calabrese su una questione vitale per il futuro della nostra terra e dell’intero Paese».


