Di fronte ai dati della Corte dei Conti, emerge un ritratto allarmante: per molti enti amministrare è diventata un'impresa titanica. Così tra numeri record e servizi a rischio, la politica locale è a un bivio
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C'è un primato di cui la Calabria farebbe volentieri a meno, eppure i numeri presentati dalla Corte dei Conti per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 2026 non lasciano spazio a nessuna interpretazioni incoronando la regione Calabria, purtroppo, come la "capitale" italiana del dissesto finanziario. Tra i dati diffusi, si legge che nel 2025 le procedure attive sono salite a quota 350 (rispetto alle 335 dell'anno precedente), divise tra 226 dissesti conclamati e 124 piani di riequilibrio. Ma qui serve anche evidenziare che il secondo non esclude il primo.
Entrambi gli istituti sono procedure per enti locali con squilibri di bilancio, dove il dissesto è lo stato di insolvenza conclamato (fallimento) che porta al commissariamento e alla liquidazione dei debiti, il piano di riequilibrio (o predissesto) è un percorso preventivo per risanare i conti in un massimo di 20 anni con il quale l'ente in difficoltà adotta un piano approvato dalla Corte dei Conti per risanare i conti, mantenendo la gestione, potendo accedere a fondi di rotazione statali e rateizzare i debiti. In alcuni casi, pochi per fortuna, è l’agonia economia di un territorio che evita momentaneamente il commissariamento. Ma il dato che deve far riflettere non è solo quello contabile, ma quello demografico e sociale. Quando parliamo di dissesto, parliamo della vita dei cittadini.
In Calabria, ben 217 comuni (quasi il 54% del totale) navigano in acque agitate. Tradotto in termini umani, 1,2 milioni di calabresi (poco meno del 67% della popolazione regionale) vivono in territori dove i servizi pubblici, la manutenzione e gli investimenti sono sotto scacco. Non è più solo il problema dei piccoli borghi dell'entroterra con poca capacità fiscale. La tensione finanziaria ha colpito centri importanti come Reggio Calabria, Cosenza, Vibo Valentia, Lamezia Terme e Rende.
Perché la Calabria soffre più delle altre? Il problema è un mix tossico di fattori con un incasso che limita le “energie” proprie. Una riscossione dei tributi che troppo spesso gira a vuoto, il peso di debiti accumulati negli anni che soffocano la spesa corrente, impedendo di fatto qualsiasi programmazione a lungo termine, e il cerchio si chiude. Il risultato è un circolo vizioso, significativo, dove per risanare i conti si tagliano gli investimenti, ma senza investimenti non c'è crescita e senza crescita i conti non torneranno mai davvero in ordine. È il paradosso di un'amministrazione che spende tutte le proprie energie per sopravvivere, dimenticandosi di costruire. La soluzione non può essere solo un continuo commissariamento o una serie infinita di piani di rientro. Il grido d'allarme che emerge dal rapporto invita a un cambio di visione, passare cioè dalla gestione emergenziale all'applicazione piena (per tutti, anche in “contumacia”) del federalismo fiscale rapportato all’ente. Solo superando questa cronica debolezza amministrativa si potrà smettere di essere un caso di studio per i tribunali contabili e tornare a essere un territorio capace di co-finanziare e costruire il proprio futuro.


