Quella del vecchio leader del Carroccio è stata una pedagogia del disprezzo che ha sdoganato il razzismo infra-nazionale sotto le vesti del federalismo. Il suo declino fisico ha coinciso con una mutazione genetica della Lega, ma lo stampo originale è ancora lì
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C’è un’immagine che più di ogni ampolla versata nelle acque del Po restituisce il senso di un’epoca. È quella di Umberto Bossi che, con la canottiera sformata e il sigaro spento tra i denti, alza il dito medio verso l’Inno di Mameli. Non era solo un gesto di ribellione politica, ma era un vero e proprio atto di sconsacrazione antropologica. In quel dito c’era tutto il livore di una provincia che si sentiva derubata, una terra di mezzo tra le Alpi e la nebbia che aveva deciso di identificare il proprio “Altro” non nello straniero lontano, ma nel vicino di casa con l’accento marcato e la valigia di cartone nel Dna. La morte del Senatur chiude il sipario su una stagione di ferocia verbale che ha agito come un acido corrosivo sulle giunture, già fragili, dell’unità nazionale, lasciando dietro di sé una scia di detriti culturali che ancora oggi fatichiamo a smaltire.
Il linguaggio della Lega delle origini non era dialetto. Era una clava. Bossi non parlava alle teste, mordeva le pance di un Nord che si percepiva come la “locomotiva d’Europa” incatenata a una zavorra parassitaria. Il “terrone” non era una categoria geografica, ma un feticcio metafisico su cui scaricare l'ansia di una modernità che correva troppo veloce. Si inventò la Padania dal nulla, una terra immaginaria con i confini tracciati dal rancore, per dare una patria a chi non ne voleva più una condivisa. In questo delirio identitario, il Sud diventava l’anti-mondo, il luogo dell’ozio, della sudditanza psicologica allo Stato, della “Roma Ladrona” che inghiottiva il sudore delle fabbriche lombarde per alimentare clientele mediterranee. Un paradosso vivente, se pensiamo che proprio quel leader che urlava contro l’assistenzialismo avrebbe poi costruito un impero familiare e di partito sulle macerie dei rimborsi pubblici.
La forza d'urto del bossismo risiedeva in una narrazione ancestrale, quasi tribale. Mentre i salotti buoni della sinistra discutevano di sociologia dello sviluppo, Bossi scendeva nelle valli a risvegliare fantasmi di barbari mai domi. Ha trasformato l’economia in una questione di sangue e suolo. Le tasse non erano un dovere civico, ma un tributo versato a un invasore interno. Questa è stata la vera mutazione antropologica, quella di aver convinto il piccolo imprenditore di Varese che il suo nemico non fosse il mercato globale o l’evasione dei grandi capitali, ma il carabiniere calabrese o l’impiegato postale siciliano. È stata una pedagogia del disprezzo, lucida e spietata, che ha sdoganato il razzismo infra-nazionale sotto le vesti del federalismo. Un’operazione di chirurgia sociale che ha amputato il senso di appartenenza collettiva in nome di un egoismo territoriale spacciato per libertà.
Poi, il declino fisico del leader ha coinciso con la mutazione genetica della sua creatura. La Lega di oggi ha ripulito il fango dagli stivali, ha tolto “Nord” dal simbolo e ha mandato i suoi nuovi alfieri a fare il pieno di voti proprio in quelle terre che un tempo voleva recintare. Un ribaltamento che sa di beffa storica. Vedere le bandiere con il Leone di San Marco sventolare tra i fichi d’india del profondo Sud fa quasi sorridere, se non fosse per il cinismo che sottende a questa transumanza elettorale. Eppure, grattando la vernice sovranista del presente, lo stampo originale rimane lì, intatto. La retorica si è spostata sui migranti, è vero, ma la struttura mentale della “sudditanza” rimane la stessa: l’idea che esista sempre qualcuno che vive alle tue spalle, qualcuno da escludere per sentirsi finalmente padroni in casa propria.
Bossi è stato il demiurgo di questo rancore organizzato. Ha dato voce a un’Italia che non ha mai digerito il Risorgimento, che lo ha subito come una colonizzazione o lo ha vissuto come un malinteso. Il suo antimeridionalismo non era un incidente di percorso, ma il motore immobile di tutto il suo potere. Non si può rispettare quella stagione senza ammettere che ha avvelenato i pozzi della convivenza, rendendo l'odio una moneta politica spendibile e redditizia. Ha creato una frattura che non è più solo economica o infrastrutturale, ma intima, sottocutanea. Una ferita che le passerelle elettorali di oggi cercano di nascondere con un cerotto di tricolore posticcio, ma che continua a spurgare diffidenza.
Ora che il fumo delle celebrazioni funebri si dirada, resta il silenzio di un Paese che non ha ancora fatto i conti con quel dito alzato. Ci siamo abituati a pensare che quella violenza verbale fosse folklore, una recita per le piazze. Non lo era. Era un progetto di disarticolazione dell'umano. Mentre i palazzi romani si affannano a discutere di autonomie differenziate e nuovi equilibri, nelle vene del Paese scorre ancora quel veleno distillato nelle sezioni della Lega negli anni Novanta. Ci hanno raccontato che il nemico era a Sud del Po per non farci vedere che il vero baratro era sotto i nostri piedi. Bossi se ne va, ma la sua invenzione più riuscita - quella cattiveria di provincia che si sente virtù - sembra godere di ottima salute.
Sorge allora un dubbio, amaro come il fumo di un sigaro spento: siamo sicuri che il Nord abbia davvero vinto la sua battaglia contro il “parassitismo” del Sud, o non ha finito invece per somigliare terribilmente al peggior volto di quell'Italia che pretendeva di disprezzare?
*Documentarista Unical

