La bocciatura dell'emendamento sulle preferenze accende i riflettori sulle tensioni interne alla maggioranza. Tra veti incrociati e leadership da bilanciare, Palazzo Chigi naviga in acque meno tranquille del previsto
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Per Giorgia Meloni, il momento in cui le ravvisaglie di casqué iniziano a farsi prorompenti, pare essere arrivato proprio ieri, quando il voto segreto alla Camera ha fatto ciò che i voti segreti fanno da secoli: trasformare gli amici in fantasmi e i numeri in spartiti jazz. L'emendamento sulle preferenze è caduto, e la maggioranza ha improvvisamente scoperto di avere più franchi tiratori che franchi alleati. Ergo, la Presidente del Consiglio è stata avvistata in una posizione che la fisica quantistica definisce "sovrapposizione politica": non cade, ma nemmeno resta in piedi. Oscilla. Vibra. È il diapason del centrodestra.
A destra qualcuno le sussurra: «Forza Italia sì». Più in là un altro risponde: «Se c'è Forza Italia, noi no». Da un lato gli equilibristi, dall'altro gli aut aut. Marina Berlusconi o Roberto Vannacci, chi l'avrà vinta? Nel mezzo Giorgia Meloni, sospesa come un acuto di Mina: «L'importante è... è... è... (non) finire»!
I cronisti raccontano di febbrili consultazioni. Fonti rigorosamente immaginarie assicurano che, esauriti i costituzionalisti, la premier abbia telefonato direttamente a Orietta Berti.
«Orietta, dimmi la verità... ma questa barca dove va?»
E Orietta, con la serenità di chi ha attraversato sessant'anni di musica leggera senza perdere una nota, avrebbe risposto: «Finché la barca va, lasciala andare. Il problema è quando l'equipaggio scende prima del porto.»
Nel frattempo Ignazio La Russa, uomo temprato da mille battaglie parlamentari, avrebbe preferito un consulto più artistico, rivolgendosi al compianto Nino Ferrer. Il cantante, da qualche pentagramma ultraterreno, pare gli abbia suggerito soltanto: «La casa in cima al mondo... è bellissima. Il problema è arrivarci con questa maggioranza.»
Il centrodestra, intanto, sembra un jukebox impazzito. Inserisci una moneta e parte "Felicità"; dopo trenta secondi il disco salta su "Gli amori", poi improvvisamente compare "Vado al massimo" [Massimo D'Alema], ma nessuno accelera davvero. Alla fine il giradischi si blocca su una sola parola: flop!
È la commedia dell'indecisione. La politica trasformata in karaoke.
Forza Italia guarda da una parte, (giustamente distante da Vannacci), senonché, Futuro Nazionale guarda dall'altra (per fortuna). Gli alleati si osservano con l'entusiasmo di due invitati costretti a dividere l'ombrellone a Ferragosto. Ognuno dice di voler vincere, purché l'altro perda un po' di più.
E Meloni? Rimane al centro, come una ballerina che ha dimenticato se il prossimo passo del valzer sia in avanti o direttamente nel vuoto. Ogni movimento rischia di scontentare qualcuno. Se si sposta a destra, il centro tossisce. Se rincorre il centro, la destra si offende. Se resta ferma, arrivano i franchi tiratori, invisibili come i coriandoli dopo Carnevale.
Il voto segreto, del resto, è il più grande cantante solista della Repubblica: nessuno lo vede, tutti lo sentono. Entra in Aula senza orchestra e riesce sempre a trasformare un inno trionfale in una struggente canzone d'addio.
Così, mentre Montecitorio continua a somigliare più a una soglia che a Westminster, la sensazione è che la politica italiana abbia finalmente trovato il suo vero genere musicale: non il rock, non il pop, nemmeno il melodramma. La commedia musicale dell'equilibrio impossibile.
Con un ritornello che ormai tutti canticchiano, maggioranza compresa:
«Finché la barca va... lasciala andare.»
Il problema, però, è che qualcuno, nel frattempo, ha già iniziato a distribuire i giubbotti di salvataggio: «Si salvi chi può»!

