Secondo Angelo Gargani il voto non risolverà le criticità della giustizia e potrebbe aprire scenari politici più ampi
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Ci avviciniamo rapidamente al referendum sui temi della giustizia. Oggi sentiamo l’opinione del dottor Angelo Gargani, Garante dei contribuenti del Lazio.
1. Perché, secondo lei, il referendum sulla giustizia rappresenta oggi un passaggio necessario per cambiare davvero il sistema giudiziario italiano?
«Ritengo che questo referendum, conseguenziale alla revisione costituzionale approvata con la maggioranza assoluta del Parlamento, non rappresenterà un passaggio necessario per cambiare, consapevolmente da parte degli elettori, il sistema giudiziario italiano.
L’opinione pubblica forse avrà preso una certa consapevolezza dei problemi che affliggono la giustizia, ma non si sarà resa conto fino in fondo della validità delle soluzioni proposte.
A tacer d’altro, l’unico quesito referendario contiene quattro modifiche costituzionali tra loro non connesse, ma tutte estremamente tecniche. Questo non indurrà l’elettore, soprattutto quello non addetto ai lavori, ad entrare nel merito, ma piuttosto a fare una valutazione politica, allineandosi alle proprie scelte e inserendo altre valutazioni, quali le lungaggini dei processi e le altre criticità, del tutto estranee al tema.
Chi si sforzerà di capire dovrà comunque dare un’unica risposta omogenea, anche rispetto a eventuali differenziazioni cui possa giungere. In questo caso l’elettore sarà costretto a fare una valutazione politica di prevalenza tra diverse opzioni che condizioneranno il voto.
Chi parla, che è favorevole alla separazione delle carriere – perché completa l’iter verso la piena attuazione del processo accusatorio – ma ferocemente contrario al sorteggio dei componenti del CSM, sarà obbligato a stabilire un criterio di prevalenza».
I sostenitori del Sì parlano di maggiore equilibrio tra magistratura, politica e cittadini. Qual è, concretamente, lo squilibrio che questo referendum intende correggere?
«Lo squilibrio che certamente si è creato tra magistratura e politica deriva dal cambiamento, negli ultimi decenni, del ruolo della magistratura stessa, che in un primo momento si è limitato a una funzione di supplenza, ma successivamente si è ampliato con un’interpretazione creativa, a volte necessitata dalla carenza di norme o dalla presenza di norme non adeguate alle nuove esigenze che emergono sempre più dalla società.
Si è ritenuto impropriamente che questo squilibrio possa essere corretto incidendo sul CSM. Sul presupposto che le correnti dell’Associazione Nazionale Magistrati esercitino uno strapotere nell’elezione dei componenti del CSM e nella sua gestione, si propone il sistema di estrazione a sorte dei suoi componenti, ripescando il principio ormai superato del “uno vale l’altro”.
Si abolisce così il diritto di elettorato attivo dei magistrati: cosa gravissima. Al tempo stesso, però, lo strapotere delle correnti non sarà intaccato, anzi il rischio è che aumenti.
È ingenuo pensare che il sorteggiato – che nel 90% dei casi è iscritto all’associazione e in alta percentuale a una delle quattro correnti o ad essa vicino ideologicamente – abbandoni la propria collocazione. Se estraneo ad attività associative o inesperto, andrà alla ricerca di aggregazioni interne ed esterne al CSM e sarà fagocitato dagli esponenti più attivi.
Il cerchio di influenza tenderà quindi ad allargarsi. Maggiore sarà poi il condizionamento da parte dei componenti laici, estratti a sorte da un elenco già predisposto dal Parlamento».
Una parte della magistratura ha espresso forti critiche ai quesiti referendari. Pensa che queste resistenze siano motivate da ragioni istituzionali o dalla difesa di posizioni di potere?
«C’è sempre stata una componente corporativa che impera nella magistratura. Questa volta però si tratta di una riforma che incide direttamente sul CSM, come detto».
Molti cittadini hanno perso fiducia nella giustizia per i tempi lunghi dei processi e per alcune vicende giudiziarie controverse. In che modo il voto Sì potrebbe contribuire a ricostruire questa fiducia?
«Le lungaggini processuali e tutte le altre patologie hanno fatto perdere credibilità alla magistratura.
Questa riforma però non è nata per risolvere queste criticità, ma con l’intento di riequilibrare i rapporti tra magistratura e politica».
Il referendum arriva in un momento di forte tensione tra politica e magistratura. Se dovesse vincere il Sì, che segnale politico arriverebbe al Paese?
«Se dovesse vincere il Sì bisogna seguire con molta attenzione l’iter di approvazione delle leggi ordinarie di attuazione.
Se, ad esempio, si prevedesse il sorteggio non tra tutti i magistrati ma soltanto tra quelli con una certa anzianità di servizio, si avrebbe un ulteriore vulnus al diritto di elettorato passivo dei magistrati.
La vittoria del Sì, poi, potrebbe aprire più facilmente le porte al premierato, la vera sciagura di cui questo Paese non ha proprio bisogno».
Guardando al futuro: se gli elettori approveranno i quesiti referendari, quale dovrebbe essere il prossimo passo per rendere la giustizia italiana più efficiente e più vicina ai cittadini?
«Ripeto: sono i prossimi passi che preoccupano.
L’ultimo comma dell’emendato articolo 105 prevede: “la legge determina gli illeciti disciplinari…”. Si tratta di una norma inutile sul piano costituzionale, perché ovviamente la materia rientra nella legislazione ordinaria, ma che non nasconde una certa volontà politica – peraltro più volte enunciata – di entrare a gamba tesa nei provvedimenti giurisdizionali.
È un argomento molto pericoloso perché rischia di incidere sull’indipendenza del magistrato».

