La locomotiva d’Italia è a Mezzogiorno. Non ha dubbi Luigi Sbarra, sottosegretario con delega alle Politiche per il Sud: il suo ragionamento capovolge la narrazione storica senza negare i ritardi di alcune aree del territorio. L’obiettivo, per l’ex segretario generale della Cisl chiamato al governo dalla premier Giorgia Meloni, è quello di rafforzare il nuovo paradigma: dall’assistenzialismo agli investimenti

Sottosegretario Sbarra, i dati Unioncamere parlano di un Sud che traina la nuova imprenditorialità italiana. Quanto di questo risultato è frutto di politiche pubbliche mirate?

Il Mezzogiorno sta attraversando una fase davvero positiva sotto il profilo della crescita, dell’occupazione e degli investimenti. Negli ultimi tre anni il Pil è aumentato più che nel resto del Paese e il tasso di occupazione ha superato il 50%, il livello più alto mai raggiunto dall’inizio delle rilevazioni Istat nel 2004. In questo quadro incoraggiante, credo abbiano avuto un peso decisivo le politiche messe in campo dal Governo Meloni, fondate su una visione coordinata e di lungo periodo. Un’impostazione che ha progressivamente superato l’assistenzialismo per puntare su investimenti, lavoro e sviluppo produttivo. Penso per esempio al Pnrr adeguatamente revisionato, alla riforma delle politiche di coesione, alle misure a sostegno dell’occupazione e alla Zes Unica per il Mezzogiorno.

Lei indica nella Zes Unica una leva decisiva di politica industriale. Dopo il primo anno di piena operatività, quali effetti concreti può già rivendicare in termini di investimenti attratti, occupazione e semplificazione burocratica?

La Zes Unica ha dimostrato di essere un vero volano per l’economia del Mezzogiorno, capace di sostenere la crescita e favorire l’occupazione. Lo ha fatto sia attraverso l’attrazione di nuovi investimenti sia con un forte snellimento delle autorizzazioni. Due fattori che hanno prodotto risultati straordinari: negli ultimi due anni più di mille autorizzazioni uniche, per circa 6 miliardi di euro di investimenti attivati e più di 17.800 ricadute occupazionali, con tempi amministrativi per il rilascio dei permessi dimezzati. Numeri che hanno trasformato la Zes Unica in un vero e proprio caso di successo, oggi considerato un modello di riferimento a cui ispirarsi quando si parla di semplificazione amministrativa. Ai dati sulle autorizzazioni uniche, vanno poi aggiunti gli effetti del credito d’imposta: nello stesso periodo sono state presentate circa 17.000 domande di accesso al beneficio fiscale, a supporto di oltre 12,3 miliardi di euro di investimenti. Il successo della misura ha fatto sì che la Legge di Bilancio destinasse alla Zes Unica ulteriori 4 miliardi di euro per la prima volta stanziati su una base triennale, garantendo così certezza delle risorse e continuità all’intervento.

Il saldo positivo di imprese non sempre coincide con imprese solide e durature. Che tipo di imprenditorialità sta crescendo nel Mezzogiorno: micro-attività di sopravvivenza o realtà capaci di stare sul mercato nel medio-lungo periodo?

Il saldo positivo delle imprese nel Mezzogiorno è un dato che ben rappresenta la vivacità economica del tessuto imprenditoriale al Sud. Secondo i dati Unioncamere, a fine 2025 si contano nel Mezzogiorno oltre 100.000 nuove imprese, con un saldo positivo superiore alle 21.000 unità, pari a circa il 40% del totale nazionale. Un incremento che porta il tasso di crescita del saldo all’1,07%, dato superiore alla media italiana. Una delle priorità del Governo per il Mezzogiorno è creare un contesto economico favorevole, che consenta alle nuove imprese di crescere e restare attive sul lungo periodo: le misure contenute nella Legge di Bilancio 2026 come l’esonero contributivo, contratti di sviluppo e l’iperammortamento hanno proprio questo obiettivo. Se guardiamo alle imprese che già operano sul mercato, i dati sulle prospettive future sono incoraggianti e trovano riscontro nelle dinamiche occupazionali. Secondo le ultime rilevazioni Istat al terzo trimestre 2025, nel Mezzogiorno la permanenza nell’occupazione cresce più che nel resto del Paese. Ciò significa che chi entra nel mondo del lavoro rimane occupato più stabilmente rispetto agli anni precedenti. Un dato che testimonia come le imprese del Mezzogiorno siano sempre più percepite dai lavoratori come realtà in grado di assicurare un futuro stabile e capaci stare sul mercato nel lungo periodo.

Le previsioni Svimez parlano di oltre 403mila nuovi ingressi nel lavoro nel primo trimestre 2026. In quali settori si concentrerà questa domanda e quanto è qualificata l’occupazione che si sta creando al Sud?

Gli oltre 403mila nuovi ingressi testimoniano le ottime prospettive per il futuro: si tratta di quasi il 30% dei nuovi contratti a livello nazionale. Un andamento in linea con le previsioni di crescita che, secondo Svimez, continuerà a collocarsi al di sopra della media nazionale anche nel 2026. Ci aspettiamo che oltre l’85% della crescita occupazionale attesa si concentri nei settori dell’industria e dei servizi, a conferma di un rafforzamento della struttura produttiva del Mezzogiorno. Sul fronte delle competenze, vale la pena richiamare ancora i dati Svimez: nel periodo 2021–2024, nel Mezzogiorno 6 nuovi occupati under 35 su 10 sono laureati, mentre nel Centro-Nord il dato scende sotto i 5 su 10. Una dinamica che dimostra come il tessuto produttivo del Mezzogiorno sia sempre più in grado di assorbire e valorizzare nuove competenze.

Uno dei nodi storici del Mezzogiorno è il disallineamento tra formazione e lavoro. Cosa sta facendo il Governo per evitare che la crescita delle imprese si scontri con la cronica mancanza di competenze adeguate?

La difficoltà nel reperimento di professionalità adeguate è una sfida che abbiamo ben presente e che riteniamo prioritario affrontare con strumenti mirati. Le competenze rappresentano infatti lo strumento chiave per consentire all’economia del Mezzogiorno di compiere un salto di qualità, anche verso settori in grado di generare maggiore valore aggiunto. In questa sfida il Governo è impegnato in tutte le fasi del ciclo della formazione: dal piano Agenda Sud, che si propone di contrastare la dispersione scolastica fin dalla scuola primaria, fino a Ricerca Sud, pensato per sostenere lo sviluppo delle eccellenze accademiche nel Mezzogiorno.

In Calabria, nonostante segnali positivi, restano forti fragilità strutturali: infrastrutture, legalità, accesso al credito. Quali interventi specifici sono previsti per evitare che la regione resti ai margini di questa nuova fase di crescita?

Siamo pienamente consapevoli che le fragilità strutturali della Calabria richiedono interventi strutturati, sistematici e capaci di produrre risultati duraturi. Nel disegno complessivo per il Mezzogiorno, il Governo è al lavoro per rafforzare il ruolo strategico della regione, valorizzandone il contributo come parte integrante della fase positiva di sviluppo del Sud. Interventi concreti collegati al Pnrr, agli Accordi di Coesione, ai Fondi strutturali, agli investimenti Rfi/Anas hanno l’obiettivo di superare criticità storiche.

Lo vediamo per esempio sul piano infrastrutturale con interventi mirati su strade, autostrada, alta velocità, portualità, Ponte sullo Stretto, opera in cui la nostra regione sarà protagonista. Per l’accesso al credito agevolato è stata rifinanziata la Legge Sabatini.

Sul piano economico, pur consapevoli delle sfide occupazionali ancora presenti, iniziamo a cogliere alcuni segnali incoraggianti: secondo un sondaggio realizzato da Banca d’Italia, nei primi nove mesi del 2025 oltre il 40% delle aziende hanno segnalato un aumento del fatturato rispetto all’anno precedente, mentre sul fronte occupazione sono previsti più di 29mila nuovi ingressi nel primo trimestre del 2026 secondo Unioncamere. Sono prime dinamiche favorevoli che nascono in un contesto in cui la Zes sta rafforzando il tessuto imprenditoriale: negli ultimi due anni in Calabria sono state rilasciate 53 autorizzazioni uniche a supporto di quasi 600 milioni di investimenti e 1.700 domande di beneficio fiscale per un miliardo di investimenti complessivi.

Lei parla di una “visione unitaria” delle politiche per il Sud. Come si coordina questa strategia con Regioni e Comuni, spesso in difficoltà amministrativa, per evitare che le risorse restino sulla carta?

Regioni e Comuni sono gli attori fondamentali nel governo del territorio. Lo stiamo vedendo anche nella gestione dell’emergenza maltempo che stiamo affrontando proprio in questi giorni: solo grazie a una collaborazione efficace tra Governo centrale, Regioni e Comuni è stato possibile dare risposte rapide e concrete ai cittadini. Spesso le risorse sono disponibili ma non sempre è semplice tradurle in progetti e iniziative, anche per via della mancanza di competenze di cui abbiamo parlato prima. Con il Pnrr abbiamo però dimostrato che è possibile impegnare le risorse bene e in tempo, come dimostra il raggiungimento della soglia del 40% destinata al Mezzogiorno. Per consolidare l’esperienza virtuosa del Pnrr, in un approccio volto a promuovere una visione integrata a tutti i livelli, servono competenze amministrative e una responsabilità condivisa da parte di tutti gli attori coinvolti.

Il recente ciclone e i danni causati dal mare lungo le coste calabresi hanno mostrato una vulnerabilità crescente del territorio. Il Governo intende rafforzare le politiche di prevenzione e messa in sicurezza, anche a tutela del tessuto economico costiero?

Il Governo Meloni si è subito attivato dichiarando lo stato di emergenza, accompagnato da un primo stanziamento di 100 milioni di euro, che rappresenta una risposta immediata a sostegno dei cittadini e delle imprese colpite. Inoltre, è in fase di definizione un decreto-legge per l’assegnazione delle risorse alle Regioni interessate.

Va riconosciuto il ruolo fondamentale svolto dal sistema di Protezione civile, sia sul piano della prevenzione sia nella gestione dell’emergenza. L’efficacia dei piani di prevenzione ha consentito di evitare conseguenze ben più gravi, rendendo possibile oggi parlare di ricostruzione e non di perdita di vite umane.

Oggi la sfida decisiva è quella di accorciare i tempi per la ricostruzione, semplificare procedure burocratiche e amministrative, ristorare quanti hanno subito danni. Prioritario anche ricostruire meglio, affinché eventi futuri non producano gli stessi effetti.

Il Governo ritiene indispensabile promuovere una pianificazione di respiro nazionale, pur nel rispetto delle competenze regionali in materia di gestione delle coste.

La prevenzione è un obiettivo prioritario che richiede la collaborazione di tutti i livelli istituzionali e il coinvolgimento consapevole delle comunità locali, per garantire sicurezza, sviluppo sostenibile, tutela del territorio dai rischi di dissesto idrogeologico e del tessuto economico costiero nel medio e lungo periodo.

Turismo, portualità e piccole imprese balneari sono settori chiave per la Calabria. Dopo gli ultimi eventi estremi, pensa a un piano strutturale che coniughi sviluppo economico e adattamento climatico nel Mezzogiorno?

Il Governo ritiene necessario affrontare la sfida del cambiamento climatico, interventi realizzati e da realizzare con risorse nazionali ed europee vanno in questa direzione, attraverso una strategia strutturale e di lungo periodo che tenga insieme tutela del territorio, sicurezza delle comunità e sviluppo economico.

In questo quadro, per la Calabria, turismo, portualità e imprese balneari vanno sostenuti attraverso tre priorità: la messa in sicurezza delle coste e dei porti contro erosione ed eventi estremi; il sostegno alle piccole imprese con incentivi per innovazione, sostenibilità ed efficientamento energetico; una governance integrata tra Stato, Regioni ed enti locali, fondata sulla pianificazione costiera e sulla prevenzione del rischio.

È in questa cornice che si colloca l’intervento della Protezione civile, a seguito dei danni causati dal ciclone Harry, di ordinanze necessarie al ristoro di aziende e comunità colpite dal maltempo.