In un mondo che si affida sempre di più alla forza, alla violenza, e guarda sempre più alla sopraffazione e alle guerre, suona quasi stonata la voce del cardinale Matteo Maria Zuppi, una voce fuori dal coro in un mondo che ormai parla il linguaggio delle armi delle continue spese militari, di sempre nuovi conflitti.

Quella del cardinale sembra quasi una voce scomoda, a tratti anche impopolare, perché questa è un’epoca chiamata a vivere di paure e di nazionalismi. Una voce scomoda forte ma assolutamente necessaria.

Ecco le sue parole nel corso dell’incontro, “Costruttori di pace”.

«È un mondo in cui tanti pezzi del pianeta sono senza pace e quindi con la guerra. Tanti pezzi di guerre che durano a lungo e che sembrano impossibili da risolvere. Guerre che accettiamo che non si risolvano e anzi alimentiamo perché, e non c’è niente da fare, la corsa al riarmo è proprio alimentare i conflitti».

Ecco, costruire la pace, parlare di pace, senza ingenuità, ma nella consapevolezza che come ci insegna la storia del Novecento, quando si corre tutti verso l’accumulo di armi, quando tutto questo si intreccia con nazionalismi esasperati e populismi aggressivi, si finisce inevitabilmente per preparare nuovi conflitti anziché evitarli.

«Nessuno pensa a smantellare le difese. E invece bisogna ricominciare a pensare al disarmo e a porre fine ai tanti conflitti», ha detto ancora il presidente della Conferenza episcopale italiana.

Non è utopia. Ma è il coraggio e la forza della figura di Zuppi: uno dei pochissimi leader morali e religiosi capaci ancora di parlare di pace senza piegarsi completamente alla logica della forza.

«Alla fine lo si fa se si comincia a dialogare, se si cerca di ritrovare un tavolo capace di accogliere le parti, anche quella parte che è indispensabile, la comunità internazionale».

Zuppi segue la voce incessante di Papa Leone XIV e del premier spagnolo Pedro Sánchez. È tra i pochi ad aver più volte richiamato la necessità di evitare una spirale permanente di militarizzazione.

In un tempo in cui prevalgono gli slogan identitari, le paure collettive e la politica dei blocchi contrapposti, la voce di Zuppi resta una delle più lucide e coraggiose.