La riforma della legge elettorale entra nella fase decisiva alla Camera, con il governo che blinda il testo attraverso tre voti di fiducia e le opposizioni che contestano il metodo e i contenuti del provvedimento. Oggi l’Aula ha già votato la fiducia sul primo articolo; nel pomeriggio sono attese le dichiarazioni di voto e la successiva chiama sul secondo. Domani toccherà al terzo articolo, mentre il voto finale sull’intera riforma è previsto per giovedì 8 ottobre, a scrutinio segreto.

Il centrodestra punta a tenere compatta la maggioranza nei passaggi sulle fiducie, che si svolgono con voto palese per appello nominale. Le opposizioni parlano invece di un confronto parlamentare compresso e affidano al voto segreto sul provvedimento il passaggio più incerto. In Aula lo scontro si è concentrato anche sulla rappresentanza femminile: per Elena Bonetti, deputata di Azione, la legge potrebbe aprire la strada a un Parlamento composto soltanto da uomini; Matilde Siracusano, di Forza Italia, sostiene invece che la presenza di donne ai vertici della politica imponga ai partiti di assumersi direttamente la responsabilità delle candidature.

Legge elettorale, fiducia alla Camera: il calendario dei voti

La maggioranza ha superato il primo passaggio di fiducia con una presenza compatta in Aula. Il calendario prevede ora le dichiarazioni di voto e la votazione sul secondo articolo nel pomeriggio, mentre mercoledì sarà esaminato il terzo. Dopo il voto sull’articolo 8 e gli altri passaggi parlamentari, giovedì deputati e deputate saranno chiamati a esprimersi sul testo nel suo complesso con scrutinio segreto.

Le tre fiducie riguardano gli articoli modificati durante l’esame al Senato e costituiscono il cuore della riforma. La scelta del governo impedisce di votare gli emendamenti delle opposizioni sui testi blindati; il ricorso alla fiducia fa inoltre svolgere le votazioni con appello nominale, rendendo visibile la posizione di ciascun parlamentare.

Il voto finale di giovedì avrà invece modalità diverse. Il segreto impedirà di verificare come si esprimeranno i singoli deputati e potrebbe mettere alla prova la tenuta della maggioranza proprio sul testo complessivo. È su questo passaggio che le opposizioni concentrano le loro speranze, pur senza che al momento sia possibile anticipare l’esito.

Legge elettorale, cosa prevede la riforma

Il testo introduce un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la lista o la coalizione che raggiunga almeno il 42 per cento dei voti in entrambe le Camere. La riforma prevede inoltre che, al momento del deposito del contrassegno, venga indicato il candidato alla presidenza del Consiglio. Il nome, secondo il testo, non comparirebbe però sulla scheda elettorale.

Tra le modifiche approvate al Senato ci sono le preferenze, fino a tre, con alternanza di genere quando se ne esprime più di una; resta il capolista bloccato. Sono confermate le soglie di sbarramento del 3 per cento per le liste e del 10 per cento per le coalizioni. La combinazione tra premio, preferenze e candidature bloccate è uno dei punti più contestati dalle minoranze.

Il governo sostiene che la riforma possa rendere più chiara la scelta degli schieramenti e favorire la governabilità. Le opposizioni contestano invece l’impianto del sistema e denunciano il rischio che il premio attribuisca una maggioranza parlamentare ampia a una coalizione sostenuta da una quota limitata di elettori.

Opposizioni: «Uno schiaffo al Parlamento»

La decisione di ricorrere alla fiducia ha acceso la protesta delle minoranze. Il deputato del Pd Federico Fornaro ha definito il provvedimento «uno schiaffo a questo ramo del Parlamento», accusando il governo di sottrarre spazio al confronto e alla discussione degli emendamenti.

Anche dal Movimento 5 Stelle e da Alleanza Verdi e Sinistra sono arrivate critiche alla scelta dell’esecutivo. Il segretario di Più Europa, Riccardo Magi, prosegue lo sciopero della fame contro la riforma, mentre alcuni esponenti dell’opposizione hanno evocato un possibile ricorso alla Corte costituzionale. Si tratta, al momento, di iniziative annunciate o valutate: il passaggio immediato resta l’iter parlamentare e, in particolare, il voto segreto di giovedì.

Le minoranze sostengono che le nuove regole possano ridurre la rappresentanza e alterare il rapporto tra voti e seggi. La maggioranza respinge queste accuse e rivendica la necessità di completare l’esame del provvedimento, dopo le modifiche introdotte al Senato.

Parità di genere, scontro sulle candidature

Il dibattito ha investito anche l’effetto delle regole sulla presenza delle donne in Parlamento. Elena Bonetti, deputata di Azione, ha avvertito che il sistema delle candidature potrebbe lasciare le donne in posizioni meno sicure e rendere possibile, come ha sostenuto in Aula, «un Parlamento eletto di soli uomini».

Di segno diverso la posizione di Matilde Siracusano, deputata di Forza Italia, che ha richiamato la presenza di una presidente del Consiglio e di una segretaria alla guida del principale partito d’opposizione. Nel confronto, ha osservato, c’è chi considera ancora necessarie le quote e chi ritiene che i partiti debbano assumersi la responsabilità della rappresentanza femminile.

Le due posizioni mostrano una frattura che attraversa il dibattito sulla riforma. Da una parte, chi chiede garanzie scritte per evitare che le donne siano collocate in collegi o posizioni meno competitive; dall’altra, chi ritiene che la parità debba essere perseguita attraverso le scelte dei partiti e la qualità delle candidature.

Voto anticipato, Malan evoca maggio

A rendere più teso il confronto contribuiscono le ipotesi sulle elezioni anticipate. Il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia Lucio Malan ha evocato la possibilità di un voto a maggio, in concomitanza con le elezioni comunali, salvo poi precisare il senso delle proprie parole. Non esiste, al momento, una data fissata per le politiche anticipate.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha collegato l’eventuale bocciatura della riforma alla possibilità di un ritorno alle urne prima della scadenza naturale della legislatura. Il tema elettorale è così diventato anche un test per la tenuta della maggioranza e per il rapporto tra governo e Parlamento. Dalla Lega, il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo ha sostenuto che ogni ipotesi di voto anticipato andrebbe valutata dopo aver concluso il percorso sull’autonomia differenziata.

Il calendario parlamentare resta quindi il primo banco di prova: dopo il voto sulle fiducie, l’Aula dovrà affrontare gli ulteriori passaggi del testo prima dello scrutinio segreto di giovedì. La riforma non è ancora approvata in via definitiva. Il governo punta a superare le votazioni di fiducia; le opposizioni attendono il voto sul provvedimento nel suo complesso per verificare se la compattezza mostrata finora reggerà anche davanti all’urna segreta.