Prima di tutto il caos Rai. Poi il caso Vannacci, sempre più ingombrante nel centrodestra. Sullo sfondo, i rapporti non sempre semplici con gli Stati Uniti di Donald Trump, tra richieste sulla spesa militare e nuovi fronti di tensione commerciale. In mezzo, il caro carburanti, il costo della vita che continua a pesare sui bilanci delle famiglie, un carrello della spesa che resta troppo caro e un PNRR che, soprattutto in molte aree del Mezzogiorno, non ha ancora prodotto gli effetti attesi. A questo si aggiungono le divisioni della maggioranza sulla legge elettorale, il confronto sempre più aspro con la magistratura e un clima istituzionale reso più delicato dai frequenti attriti con il Quirinale.

Il quadro politico appare più fragile di quanto raccontino i numeri della maggioranza parlamentare. La leadership di Giorgia Meloni resta solida, ma è sottoposta a una pressione crescente. Le divisioni interne alla coalizione, unite alle difficoltà economiche che continuano a colpire famiglie e imprese, stanno lentamente erodendo il consenso. Pesano anche diverse promesse elettorali che, almeno finora, non hanno trovato piena realizzazione.

In questo scenario prende corpo un’ipotesi che fino a qualche mese fa sembrava remota: quella di un ritorno anticipato alle urne. Non perché il governo sia oggi a rischio, ma perché la finestra politica favorevole potrebbe non restare aperta a lungo. Anticipare il voto significherebbe provare a capitalizzare il consenso residuo prima che le tensioni economiche e quelle interne alla coalizione diventino ancora più difficili da gestire. È uno scenario di cui si discute con crescente insistenza nei palazzi della politica, anche se al momento non esistono decisioni ufficiali.

Eppure, nonostante le difficoltà del governo, le opposizioni continuano a non trasformare questo logoramento in un’alternativa convincente. In una fase politica diversa avrebbero probabilmente accumulato un vantaggio molto più consistente. I sondaggi, invece, descrivono ancora due schieramenti sostanzialmente vicini, con il campo largo solo leggermente avanti in alcune rilevazioni. Ma il vero nodo resta la leadership: chi sarà il candidato capace di sfidare Giorgia Meloni? È una domanda che il centrosinistra continua a rinviare e che rischia di diventare il suo principale punto debole.

Sul fronte opposto, però, anche il centrodestra è attraversato da tensioni profonde. La crescita di Roberto Vannacci, accreditato da alcuni sondaggi di percentuali ormai comprese tra il 6 e l’8 per cento, rischia di modificare gli equilibri dell’intera coalizione. Una forza politica di quelle dimensioni costringerebbe Giorgia Meloni a ridefinire i rapporti con gli alleati.

C’è poi la posizione di Forza Italia. Da tempo la famiglia Berlusconi spinge per un centrodestra più europeo, più moderato, più aperto sui diritti civili e saldamente ancorato ai valori del Partito Popolare Europeo. Una linea che appare sempre più distante dalle posizioni espresse da Vannacci. Fino a dove potrà spingersi Meloni senza incrinare il rapporto con Forza Italia? E quale scelta farà la Lega, che vede molto male l’ascesa del generale?

Sono interrogativi destinati a pesare sempre di più nei prossimi mesi. Perché la vera partita non riguarda soltanto la durata della legislatura. Riguarda soprattutto gli equilibri futuri del centrodestra e la capacità della presidente del Consiglio di tenere insieme anime sempre più diverse, mentre il Paese attende risposte concrete su economia, salari, costo della vita e crescita.