Giorgia Meloni ed Elly Schlein avversarie davanti alle telecamere, interlocutrici riservate quando si tratta di decidere quando riportare gli italiani alle urne. Sullo sfondo, un interesse politico comune: abbreviare la legislatura prima che il tempo cambi ulteriormente gli equilibri, logori le rispettive leadership e consenta a Roberto Vannacci di trasformare Futuro Nazionale da fenomeno dei sondaggi in una forza pienamente organizzata sul territorio.

Il retroscena pubblicato dal Corriere della Sera apre uno scenario destinato a scuotere la politica italiana: tra la presidenza del Consiglio e la segreteria nazionale del Partito democratico sarebbero stati avviati contatti per valutare un anticipo delle elezioni politiche e un possibile “election day” con le Amministrative della primavera 2027.

La prima domenica indicata è quella del 18 aprile. Sul tavolo, però, ci sarebbero anche il 23 e il 30 maggio, ultima finestra utile per accorpare le Politiche al primo turno delle Comunali e consentire lo svolgimento degli eventuali ballottaggi entro il 15 giugno.

Non si tratta ancora di una decisione definitiva e nessuno, ufficialmente, conferma l’esistenza di un accordo. Ma il solo fatto che Palazzo Chigi e il Nazareno ragionino sul medesimo calendario rivela quanto la prospettiva delle elezioni anticipate non sia più soltanto un’ipotesi giornalistica.

Le indiscrezioni sul 4 e 17 aprile

Già nei mesi scorsi fonti provenienti dagli ambienti ministeriali avevano indicato due date, il 4 e il 17 aprile 2027, come possibili momenti nei quali “staccare la spina” al governo, formalizzare la crisi e aprire la strada alle elezioni anticipate.

Il nuovo scenario modifica sostanzialmente quel calendario. Se davvero si votasse il 18 aprile, la crisi dovrebbe essere aperta e risolta molto prima, perché lo scioglimento delle Camere e la convocazione dei comizi elettorali richiedono tempi costituzionali incompatibili con dimissioni presentate soltanto il giorno precedente o due settimane prima.

Le diverse indiscrezioni, dunque, non coincidono nelle date ma convergono sul dato politico essenziale: dentro i palazzi istituzionali si lavora concretamente all’ipotesi di non arrivare alla scadenza naturale della legislatura.

Il governo che Meloni celebra come il più longevo della storia repubblicana potrebbe essere proprio quello che la presidente del Consiglio decide di interrompere in anticipo. Non per una crisi della maggioranza o per una sconfitta parlamentare, ma per convenienza elettorale.

Meloni vuole votare prima che Vannacci diventi più forte

Il nome che attraversa tutti i ragionamenti del centrodestra è quello di Roberto Vannacci. Futuro Nazionale viene ormai accreditato dai sondaggi intorno al 7,5 per cento, ha superato Forza Italia in alcune rilevazioni e sottrae consensi soprattutto alla Lega, ma anche alla parte più radicale dell’elettorato di Fratelli d’Italia.

Per Meloni il dilemma è evidente. Portare Vannacci dentro la coalizione significherebbe rafforzare numericamente il centrodestra, ma anche consegnare all’ex generale un peso decisivo, soprattutto sui temi dell’immigrazione, dei rapporti con l’Europa, della guerra in Ucraina e dei diritti civili. Lasciarlo fuori, però, potrebbe sottrarre alla coalizione i voti necessari per raggiungere la maggioranza.

Il tempo, in questo momento, sembra lavorare a favore di Futuro Nazionale. Ogni mese in più consente a Vannacci di strutturare il partito, selezionare una classe dirigente, radicarsi nei territori e presentarsi agli elettori non più soltanto come protagonista mediatico, ma come alternativa politica organizzata alla destra di governo.

È per questo che Palazzo Chigi valuta la primavera. Votare presto significherebbe costringere Vannacci ad affrontare la campagna elettorale quando la sua organizzazione è ancora incompleta, provando contemporaneamente a recuperare una parte del suo elettorato attraverso una campagna fortemente identitaria.

L’alternativa sarebbe arrivare all’autunno del 2027, come preferirebbero alcuni alleati, concedendo però a Futuro Nazionale un altro anno per crescere. Un rischio che Meloni non sembra intenzionata a correre.

La partita della legge elettorale

Prima di decidere quando chiudere la legislatura, la premier vuole portare a termine la riforma della legge elettorale. È questo il vero passaggio dal quale dipende ogni scelta.

La nuova disciplina dovrebbe garantire stabilità alla coalizione capace di superare una determinata soglia di voti, ma proprio l’ascesa di Vannacci rende più complessi i calcoli. Se Futuro Nazionale corresse da solo, potrebbe sottrarre al centrodestra la percentuale necessaria per ottenere il premio e trasformarsi nell’arbitro della nuova legislatura.

Il Pd si oppone formalmente alla riforma e in Parlamento continuerà a mostrare il volto del muro contro muro. Dietro le quinte, tuttavia, l’anticipo del voto potrebbe convenire anche a Elly Schlein.

Anche Schlein ha fretta

Per la segretaria democratica il problema non è soltanto Vannacci. È l’intero quadro politico a poter diventare più difficile con il passare dei mesi.

Schlein deve consolidare la propria leadership, tenere insieme le diverse anime del Pd e costruire un Campo largo con il Movimento Cinque Stelle e le altre forze di opposizione. Un percorso tutt’altro che concluso, sul quale pesano le ambizioni degli alleati e quelle degli avversari interni.

Andare alle urne in primavera permetterebbe alla leader del Pd di congelare gli attuali rapporti di forza e impedire che si apra una lunga stagione congressuale o che dentro il partito crescano candidature alternative. La campagna elettorale imporrebbe una tregua interna e consegnerebbe a Schlein la guida della coalizione contro Meloni.

C’è poi l’effetto indiretto prodotto da Vannacci. Una destra divisa tra Meloni, Salvini, Tajani e Futuro Nazionale potrebbe rendere più competitivo il centrosinistra, specialmente nelle grandi città chiamate a rinnovare le proprie amministrazioni: Roma, Milano, Napoli, Bologna e Firenze. Un eventuale “effetto trascinamento” delle Comunali potrebbe favorire il Campo largo e compensare il vantaggio personale di cui la premier continua a godere.

Meloni e Schlein, dunque, non avrebbero lo stesso avversario né le stesse ragioni, ma potrebbero condividere la stessa soluzione: votare prima che il quadro diventi meno controllabile.

L’ultima parola spetta a Mattarella

La decisione, in ogni caso, non appartiene né alla presidente del Consiglio né alla segretaria del Pd. La Costituzione affida al presidente della Repubblica il potere di sciogliere le Camere dopo averne ascoltato i presidenti.

Meloni non potrebbe limitarsi a salire al Quirinale e chiedere le elezioni. Dovrebbe formalizzare la crisi, probabilmente presentarsi in Parlamento, rassegnare le dimissioni e lasciare a Sergio Mattarella la verifica dell’esistenza o meno di una maggioranza alternativa.

La nascita di un altro governo appare politicamente improbabile, ma il passaggio istituzionale non può essere aggirato. Proprio per questo l’ipotesi dell’election day offrirebbe alla premier una giustificazione pubblica: evitare agli italiani due campagne elettorali ravvicinate e ridurre i costi della consultazione.

Dietro la motivazione istituzionale resterebbe, però, il calcolo politico. Meloni vorrebbe capitalizzare la durata record del governo, gli interventi contenuti nella prossima legge di Bilancio e la forza personale accumulata a Palazzo Chigi. Schlein punterebbe a sfruttare le divisioni del centrodestra e il possibile traino delle grandi città.

E Vannacci? Sarebbe l’uomo che, senza sedere in Consiglio dei ministri e senza guidare la principale forza di opposizione, potrebbe contribuire a decidere la durata della legislatura.

Il paradosso è tutto qui: il governo più longevo della Repubblica potrebbe cadere non perché privo di una maggioranza, ma per impedire a un nuovo concorrente di diventare ancora più forte. Meloni e Schlein continuano a combattersi in pubblico, ma entrambe sembrano aver compreso che, nella politica del 2027, il vero avversario potrebbe essere il tempo.