Il vicepremier rilancia il ruolo della diplomazia, auspica la ripresa dei rapporti commerciali e non esclude il ritorno del gas russo dopo la guerra. La premier mantiene una posizione diversa sulla sicurezza nazionale. Nella maggioranza si apre una crepa (o uno spiraglio)
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Meloni, Salvini e Tajani (FOTOGRAMMA / ipa-agency.net)
L’ambasciatore Alexey Paramonov elogia l’incontro del vicepremier con le imprese italiane ancora presenti nella Federazione e auspica che quelle valutazioni arrivino all’esecutivo. Il leader della Lega sceglie una linea diversa dalle posizioni più radicali: dialogo, interessi economici e diplomazia. Palazzo Chigi resta fermo sul sostegno all’Ucraina.
Non è una rottura con Giorgia Meloni e neppure un cambio di campo nella politica estera italiana. È però una distanza che diventa sempre più visibile. Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e leader della Lega, prova a ritagliarsi sulla Russia uno spazio politico distinto, puntando sulla riapertura del dialogo, sulla tutela degli interessi economici italiani e sulla possibilità che Roma contribuisca alla ricerca di una soluzione diplomatica alla guerra in Ucraina. Una linea che Mosca ha immediatamente colto e valorizzato: questa mattina Alexey Paramonov, ambasciatore della Federazione Russa in Italia, ha definito l’incontro di ieri a Milano tra Salvini e gli imprenditori italiani attivi in Russia l’inizio di un ritorno dell’establishment italiano al «realismo, al pragmatismo e al buon senso», auspicando che le valutazioni emerse possano essere portate all’attenzione del governo.
È proprio quest’ultimo passaggio a trasformare un incontro con le imprese in un fatto eminentemente politico. Il riconoscimento proveniente dalla diplomazia russa attribuisce infatti alla posizione di Salvini un significato che supera il confronto economico, mentre la linea ufficiale del governo italiano resta saldamente ancorata al sostegno all’Ucraina e alla collocazione euro-atlantica del Paese. Solo tre giorni fa Meloni aveva ribadito che sostenere Kiev significa anche difendere l’Italia e aveva escluso la possibilità di allearsi con forze contrarie agli aiuti all’Ucraina. Due impostazioni diverse, dunque, che per il momento convivono nella stessa maggioranza senza tradursi in una crisi politica.
Salvini sceglie la strada del dialogo
La posizione del leader della Lega merita però di essere letta senza sovrapporla automaticamente alle posizioni più radicali presenti nel dibattito politico. Salvini non propone l’uscita dell’Italia dal sistema delle alleanze occidentali e non mette formalmente in discussione la collocazione internazionale del Paese. Cerca piuttosto di occupare lo spazio della diplomazia e di una futura ripresa dei rapporti con Mosca, sostenendo che tenere aperti i canali possa essere utile tanto alla ricerca della pace quanto alla tutela degli interessi italiani.
Durante l’incontro di Milano con una delegazione di imprenditori accompagnata da Vittorio Torrembini, presidente di Gim Unimpresa, Salvini ha ricordato che oltre 300 aziende italiane continuano a lavorare con la Russia e che l’interscambio commerciale si è ridotto a circa 8 miliardi di euro, contro i 30 miliardi del 2013. La Lega ha presentato l’iniziativa come un’occasione per ascoltare le difficoltà delle imprese provocate dalla guerra e dalle sue conseguenze economiche, ribadendo la necessità di tutelare aziende e posti di lavoro italiani.
Ma Salvini è andato oltre il terreno strettamente economico. Parlando con le agenzie russe, ha sostenuto che l’Italia potrebbe svolgere un ruolo nella soluzione del conflitto, richiamando le iniziative diplomatiche di Donald Trump, Xi Jinping e dell’India e sostenendo che un numero maggiore di interlocutori potrebbe facilitare la ricerca di un accordo. Soprattutto, il vicepremier ha auspicato che, una volta terminata la guerra, possano riprendere pienamente i rapporti commerciali, sportivi, accademici e culturali tra Italia e Russia, giudicando dannosa l’idea di interrompere definitivamente ogni relazione con Mosca.
Anche sul gas russo Salvini non chiude la porta: alla domanda sulla possibilità che l’Italia torni ad acquistarlo dopo la fine del conflitto, ha risposto positivamente, richiamando il problema dei costi energetici. E sul possibile blocco europeo dei visti turistici ai cittadini russi la posizione della Lega è altrettanto netta: secondo il partito, si tratterebbe di una misura punitiva verso persone estranee alla guerra e di un ulteriore danno per l’economia italiana.
Meloni resta sulla linea di Kiev
Il punto politico nasce dal confronto con la posizione della presidente del Consiglio. Giorgia Meloni continua infatti a considerare il sostegno all’Ucraina parte integrante della sicurezza nazionale italiana e della collocazione euro-atlantica del Paese. Nell’intervista pubblicata il 12 settembre ha spiegato di avere sostenuto Kiev anche nell’interesse di Roma, perché l’Italia avrebbe molto da perdere in un ordine internazionale nel quale prevalesse la legge del più forte.
La differenza con Salvini, dunque, esiste, ma va misurata con precisione. Non è una frattura di governo e sarebbe eccessivo rappresentarla come uno scontro tra una linea filo-occidentale e una filo-russa. È piuttosto una diversa graduazione delle priorità: Meloni insiste sulla deterrenza, sul sostegno a Kiev e sulla credibilità internazionale dell’Italia; Salvini accentua la necessità di preparare il dopoguerra, riaprire i canali diplomatici e preservare gli interessi economici italiani.
Anche Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio, ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, ha confermato la continuità della politica italiana verso Kiev, sostenendo che sugli aiuti all’Ucraina bisogna continuare lungo la strada seguita finora.
Mosca vede uno spazio nella maggioranza
È qui che acquistano peso le parole di Paramonov. Il riconoscimento arrivato dall’ambasciatore russo non riguarda infatti soltanto Salvini, ma finisce inevitabilmente per toccare gli equilibri del governo italiano. La diplomazia russa registra l’esistenza, dentro la maggioranza, di una sensibilità diversa da quella espressa da Palazzo Chigi e la valorizza pubblicamente, arrivando ad auspicare che le valutazioni emerse nell’incontro vengano portate all’attenzione del governo.
Salvini, dal canto suo, sembra voler costruire una posizione riconoscibile senza spingersi verso una radicalizzazione della politica estera. Non la rottura delle alleanze, dunque, ma il dialogo; non l’isolamento della Russia per un tempo indefinito, ma la preparazione di una possibile ripresa dei rapporti dopo la guerra; non soltanto geopolitica, infine, ma difesa delle aziende, dell’energia e degli interessi nazionali.
È una linea delicata, perché consente al leader della Lega di distinguersi da Meloni senza aprire formalmente una crisi nella maggioranza. E proprio per questo l’applauso arrivato oggi da Mosca rischia di pesare più delle parole pronunciate ieri a Milano: quella che Salvini presenta come una politica di dialogo diventa, dopo l’intervento dell’ambasciatore russo, anche una questione interna agli equilibri del governo italiano.

