In un contesto globale segnato da tensioni geopolitiche e nuove polarizzazioni, quanto è oggi urgente per l'Unione Europea rafforzare la propria unità politica e istituzionale? Ne abbiamo parlato con l’europarlamentare Pasquale Tridico.

«È non solo urgente, è inevitabile. Il mondo sta cambiando più velocemente delle nostre istituzioni: la competizione sull'intelligenza artificiale, la sicurezza energetica, le catene del valore globali, la difesa comune. Su tutti questi dossier, nessuno Stato europeo da solo è più in grado di incidere. L'alternativa all'unità non è la sovranità nazionale.
Ma l'unità non può restare un principio enunciato nei vertici e poi disatteso nelle decisioni quotidiane, deve tradursi in capacità di agire. E questo significa avere il coraggio di superare il voto all'unanimità in seno al Consiglio, che oggi rischia di trasformare l'Europa in una comunità che discute molto e decide tardi. Rafforzare l'Unione vuol dire renderla capace di agire, non solo di esistere. Significa anche superare un certo rigorismo miope, serve una Europa più equa e sociale».

L'idea degli "Stati Uniti d'Europa" torna periodicamente nel dibattito pubblico: si tratta di una prospettiva concreta o di un obiettivo ancora lontano? Quali passaggi sarebbero necessari per renderla realizzabile?
«Al di là di come vogliamo chiamare questo percorso, bisogna costruire il futuro dell’Europa sociale, attraverso scelte precise che diano cittadinanza europea e diritti sociali, come ad esempio il diritto al reddito minimo europeo. Il federalismo europeo non nasce da una convenzione costituente solenne ma da cessioni di sovranità su materie specifiche come politica estera, difesa comune, fiscalità, investimenti in ricerca e innovazione. Lo abbiamo già fatto con la moneta unica. Lo abbiamo fatto, parzialmente, con il Next Generation EU. La traiettoria c'è, manca la volontà politica di percorrerla con coerenza.
Ai giovani non basta più sentir parlare di Europa come promessa, vogliono un'Europa che protegga, che investa, che offra opportunità concrete».

Le divisioni tra Stati membri su temi cruciali – dalla politica estera alla difesa – sembrano ancora profonde. Quali strumenti possono aiutare l'Europa a superare questi veti e a parlare con una sola voce?
«Serve una combinazione di coraggio istituzionale e realismo politico. Da un lato, è necessario ridurre i meccanismi che consentono a un singolo Stato di bloccare decisioni che riguardano quattrocentocinquanta milioni di persone; dall'altro, bisogna costruire convergenze politiche più solide tra i Paesi che condividono una visione e sono disposti ad andare avanti insieme.
Le cooperazioni rafforzate, già previste dai Trattati, possono essere uno strumento decisivo: chi è pronto avanza, senza restare prigioniero dell'immobilismo altrui. Su difesa comune, politica fiscale e sicurezza andrebbero usate molto più sistematicamente. L'unità europea non deve essere sinonimo di lentezza: può e deve essere una forza dinamica».

Che ruolo può e deve giocare l'Europa nello scenario internazionale per favorire percorsi di pace, soprattutto nei conflitti che oggi minacciano la stabilità globale?
L'Europa può essere un attore credibile di pace solo se torna a essere coerente. Non si costruisce fiducia con due pesi e due misure. Il rispetto del diritto internazionale non può essere selettivo: o vale sempre, ovunque, o perde ogni valore negoziale.
L'Unione ha strumenti che nessun altro attore di Pace possiede nella stessa combinazione: capacità diplomatiche, strumenti commerciali, aiuti umanitari, e una storia di riconciliazione interna senza precedenti. Se vuole essere un mediatore credibile, non solo un commentatore dei conflitti altrui, deve difendere con fermezza i principi su cui si fonda: sovranità degli Stati, diritti umani, istituzioni multilaterali. È da questa coerenza che nasce la fiducia. E senza fiducia, non c'è mediazione ma solo pressione, che è un'altra cosa».

Ritiene che l'Unione Europea abbia oggi la forza politica ed economica per essere un attore autonomo tra Stati Uniti e Cina, oppure rischia di restare schiacciata tra queste due potenze?
«Ha già la forza. È la prima economia commerciale del mondo, un mercato di oltre quattrocento milioni di cittadini, con standard giuslavoristi e ambientali tra i piu progressisti, dal GDPR al Carbon Border Adjustment Mechanism. Ciò che le manca non è la capacità, ma la consapevolezza di sé e la volontà di esercitarla in modo unitario.
Se l'Europa sceglie di agire come soggetto politico coeso, non sarà schiacciata tra Washington e Pechino: sarà il terzo pilastro dell'equilibrio globale. La vera domanda non è se possiamo permetterci l'autonomia strategica. È se possiamo permetterci di rinunciarci».

Guardando ai cittadini europei, spesso percepiti come distanti dalle istituzioni di Bruxelles, quanto è importante rafforzare un'identità comune europea per sostenere un progetto politico più integrato e ambizioso?
«L'identità europea non si costruisce cancellando le differenze, ma riconoscendosi in un progetto comune nonostante le differenze. È forse il tentativo più ambizioso della storia moderna: popoli che per secoli si sono combattuti hanno scelto, liberamente e democraticamente, di costruire istituzioni condivise. Non era scontato nel 1957. Non lo è nemmeno oggi.
Ma l'identità non precede le politiche: le segue. I cittadini si sentono europei quando l'Europa risolve problemi reali come il lavoro, la casa, la salute, la transizione energetica, e non quando punta esclusivamente e arrogantemente alla folle corsa al riarmo. Il Next Generation EU è stato il primo caso in cui l'Europa è arrivata direttamente nella vita delle persone con risorse concrete. Quella è la strada, non la retorica identitaria, ma la concretezza delle politiche. Prima vengono le politiche; poi, quasi naturalmente, viene il senso di appartenenza».

Quanto è vicina l'Europa alla Calabria?
«Molto più di quanto spesso si pensi. Ma tanto dipende anche da chi governa la Calabria e da come amministra ciò che l'Europa mette a disposizione. Nel ciclo di programmazione 2021-2027, la Calabria riceve risorse significative tra FESR, FSE+ e fondi di coesione, perché è classificata come regione "meno sviluppata" e l'Europa investe esattamente dove il mercato non arriva da solo. Non è un'elemosina: è il principio di coesione territoriale scritto nei Trattati, all'articolo 174 del TFUE.
Il problema non è la distanza da Bruxelles. È la qualità della programmazione e la capacità di spesa. Quando i fondi di coesione vengono rimodulati su altri capitoli, come è accaduto in Calabria con quasi quindici milioni dirottati verso la difesa, non è l'Europa che si allontana dalla Calabria. Quando i progetti perdono i finanziamenti perché i cronoprogrammi non vengono rispettati, come è successo con le Case della Salute di San Marco Argentano e Cariati, non è Bruxelles che ha mancato. È chi aveva la responsabilità di programmare e attuare che ha fallito.
Io sono calabrese. So cosa significa crescere in un territorio in cui le opportunità si misurano a distanza, dall'università, dal lavoro, dalle infrastrutture. L'Europa, per me, non è mai stata un'astrazione: è concretamente lo spazio in cui ho potuto studiare, ricercare, costruire un percorso. Quella stessa possibilità deve diventare strutturale per ogni ragazzo calabrese, non un privilegio individuale. E questo non avverrà per caso, avverrà se la classe dirigente calabrese sarà all'altezza delle risorse che l'Europa le mette in mano».