L’ultima rilettura del capolavoro di Emily Brontë è una versione young adult della splendida ossessione di un romanzo potentissimo. La regista cerca di scimmiottare la Sofia Coppola di Marie Antoinette e ci regala uno scempio cringe
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Cosa abbiamo fatto di male per meritarci il “Cime tempestose” di Emerald Fennell? Cosa dobbiamo scontare? La fila al botteghino per “Barbie”? Forse quella critica alla parrucca di Ralph Fiennes nei panni di Heathcliff che muovemmo nel 1992 senza sapere che, anni dopo, ce ne sarebbe toccata una peggiore sulla testa di Jacob Elordi? O magari stiamo pagando il tentativo di bollare l’interpretazione di Chris Isaak in Frankenstein come un banale errore di percorso?
L’ultimo, evitabilissimo film della Fennell – che ci aveva già tediato abbastanza con Saltburn (qui la recensione), ma forse non ne ha abbastanza e chissà che danni potrebbe fare con Shakespeare – tratto dal capolavoro di Emily Brontë, annunciato da frame seducenti mesi fa, ha seminato bricioline di pane golose per bocche buone: le gonne rossolacca della protagonista, lo sguardo cespuglioso di lui, le roboanti promesse di teaser ventosi. Ma, nonostante il fumo, i reel, la promozione massiccia, resta un prodotto mediocre.
La pietà imporrebbe clemenza, ma in questo caso si può fare un’eccezione. Perché “Cime tempestose” in versione Met Gala è semplicemente imbarazzante.
Nel Vangelo secondo Fennell, la storia tra Heathcliff e Catherine è robettina di acrilico da vendere però con un buon packaging, ma è un evidente disastro in cui nulla si salva e nulla deve sopravvivere. L’auspicio è che il titolo sparisca in fretta dagli espositori dei cinema, così da essere inghiottito dall’oblio dove riposano altri esperimenti simili, finiti nei ghiacciai delle opere cringe.
La finta alchimia, ostentata in modo quasi comico dai due protagonisti sui giornali, è urlata da settimane urbi et orbi. L’intera faccenda dell’ossessione che l’uno nutrirebbe per l’altra fuori dal set, è talmente poco credibile da essere stata accolta dal pubblico con tiepido imbarazzo. Un primato, però, i due l’hanno raggiunto: l’essere la coppia peggio assortita del cinema, assemblata in modo così freddo e calcolato da risultare appassionata come un bacio tra un’asciugatrice e un Bimby. Il fatto che alla prima londinese Margot Robbie indossasse un abito fatto di capelli dice molto sulla disperazione della mossa di marketing alla base dell’intera operazione.
La Fennell, non contenta di aver benedetto una Catherine e un Heathcliff mai così distanti dal concetto di passione amorosa, ha proceduto a spianare la meravigliosa storia di Emily Brontë con il trattore dello young adult formato TikTok. Con l’arroganza dei dilettanti, o di chi crede che una formazione cinematografica basata sugli epigoni degli epigoni e non sui maestri basti a plasmare un’identità autoriale, ha preso il romanzo facendone strame, cambiando elementi chiave, trasformando Nelly Dean, la dama di compagnia di Catherine (una donna inglese dello Yorkshire) in una signora asiatica e stravolgendo anche il finale. Ma Emerald Fennell non è Stanley Kubrick. Qualcuno la avverta che è così.
Nel tentativo maldestro di replicare la commistione pop del fascinoso Marie Antoinette di Sofia Coppola, la regista costella il film di soluzioni estetiche da cover di Vogue fini a sé stessi. La tappezzeria della camera da letto di Catherine dipinta come la pelle della sua guancia è una delle idee più arroganti e malriuscite del film, spacciata per trovata psicoanalitica per palati fini. L’elemento pepato la Fennell lo infila in una scena di soft bondage senza sfumature di rosso, che stuzzica l’ingenua Catherine quando sorprende due domestici in un gioco erotico da stalla. Il tutto ha il pathos di un bacio tra Brooke e Ridge Forrester.
Il film si consuma come una candela esausta in una stantia ripetizione di eventi: lui insegue lei, lei titilla lui, entrambi fanno i capricci e si promettono mari e monti. Il massimo dell’intensità Elordi lo regala quando parla a denti stretti per sembrare un tipaccio e invece sembra Stallone che le ha appena prese da Ivan Drago. Margot Robbie è bellissima, ma talmente fuori parte che perfino il look da tirolese da hostess dell’Oktoberfest, risulta più coerente della sua pretesa di sembrare diciannovenne.
Mentre la regista era impegnatissima a dimostrare di essere brillante, anticonformista, super-camp e super-pop, la storia che aveva tra le mani andava a rotoli in un crescendo kitsch. Del tormento, della paura, della disperazione, dell’ossessione e soprattutto della rabbia su cui Emily Brontë costruì un amore tossico e gelido come un vento di brughiera, non c’è traccia. Sterilizzata dalla ricerca compulsiva del teaser perfetto da giocare sui social, la storia venefica di Catherine e Heathcliff si riduce a un Twilight qualunque. La Fennell ha dichiarato di essersi ispirata alla storia della Brontë e alle sensazioni provate leggendo il romanzo. Chissà che romanzo ha letto.






