Da Sherlock Holmes a Stranger Things, passando per Misery, Il Trono di Spade e Dallas: perché lettori e spettatori non accettano l’epilogo e cosa succede quando a vincerla sono i fan
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Il 4 maggio del 1891 a Meiringen, Svizzera, Sherlock Holmes fronteggia il perfido professor Moriarty tra lo scroscio delle cascate di Reichenbach. All’acme dell’azione l’investigatore decide per il sacrificio estremo e precipita nel vuoto portando con sé il suo nemico. Fine.
Arthur Conan Doyle aveva deciso che era il momento di finirla qui con quel detective che si era preso tutto della sua vita, diventando da creatura di passaggio a protagonista assoluto della sua produzione letteraria. L’autore voleva essere ricordato per i suoi romanzi storici, non per un detective perspicace. Ma le sue speranze si infransero come un coccio su un muro di mattoni.
Il giorno dell’uscita della storia fu dichiarato lutto popolare. Gli ammiratori di Sherlock Holmes subissarono di lettere la rivista inglese Strand Magazine, che pubblicava le avventure di Holmes da anni: qualcuno si lagnava, qualcuno piangeva, qualcuno era piuttosto incarognito. Come forma di protesta in tanti si affrettarono a disdire gli abbonamenti giurando che mai e poi mai si sarebbero rassegnati a quel finale, sperando che quelle pressioni sfociassero in una resurrezione. A quel punto gli editori tentarono di persuadere Conan Doyle a tornare sui suoi passi, ma lui era irremovibile. Adesso che si era finalmente sbarazzato della sua creatura così ingombrante, poteva essere lo scrittore che aveva sempre desiderato essere.
Dieci anni più tardi, nulla era andato come aveva immaginato, e né per tenerezza né per compassione, si piegò al suo destino creativo: un editore americano mise sul piatto 1,6 milioni di dollari per il ritorno di Sherlock Holmes (così dice la leggenda), e lo scrittore non ci pensò su molto, intascò e si mise alla macchina da scrivere sottomettendosi definitivamente alla sua creatura che finì per essere più reale di lui stesso (concetto espresso a meraviglia da T.S. Eliot che in “Sherlock Holmes and his Times” scrisse: «Sir A. Conan Doyle cosa c’entra con Holmes?»).
La storia culturale dell’intrattenimento è attraversata spesso da forti correnti di maestrale quando soffia il vento dell’insoddisfazione, più che del malcontento, da parte di lettori o spettatori convinti di aver soluzioni in tasca migliori di quelle lette o viste.
È accaduto anche in Stranger Things. Dopo quasi un decennio, la serie Netflix dei fratelli Duffer si è conclusa in modo coerente con l’impianto narrativo e le atmosfere snocciolate in cinque stagioni. Ma è difficile staccarsi da qualcosa che è tanto piaciuta, la sindrome dell’orfano prende il sopravvento sulla ragionevolezza, trasformandosi in rigetto o, in questo caso, in illusione. L’illusione che non sia finita, che quell’ultimo fotogramma, nasconda dell’altro che solo gli eletti sono in grado di carpire e diffondere in un mondo di cinici abituati ai percorsi lineari di inizio e fine.
Così è nata la leggenda del 7 gennaio, il Conformity Gate: una data divenuta virale attraverso teorie, video, analisi minuziose dell’ultima puntata, indizi estrapolati e bias di conferma elevati a prova. Milioni di persone – compresi molti che oggi negano di averci creduto – si sono convinte che il vero finale sarebbe andato in onda a sorpresa, con una nona puntata segreta pronta a riscrivere la storia della televisione. Una forma di ipnosi collettiva, alimentata dall’ecosistema dei social.
Il punto è che non è accaduto nulla. Il 7 gennaio è passato senza rivelazioni. Gli stessi autori, i Duffer, si sono detti stupiti da queste voci che sono uscite dalla dimensione delle tastiere migrando sulle prime pagine dei grandi giornali, diventando così insistenti e articolate da risultare plausibili. «Non avremmo avuto il tempo di fare due finali» si sono quasi scusati. Ma per chi ama, niente è mai abbastanza, e la fine non è contemplata.
Stephen King lo ha raccontato in modo brutale e perfetto nel romanzo Misery. Annie Wilkes, un’ammiratrice, «l’ammiratrice numero uno» di Paul Sheldon, scrittore della saga della giovane eroina ottocentesca Misery Chastaine, sequestra il suo autore preferito e lo costringe a riportare in vita l’eroina che lui stesso ha deciso di far morire. Sheldon è immobilizzato, con le gambe spezzate da un colpo di martello, e non ha scelta: deve obbedire alla volontà di Annie, fan e carceriera, e riscrivere la storia come lei pretende. «Annie Wilkes era il pubblico perfetto, una donna che amava le storie senza il minimo interesse per i meccanismi della loro creazione. Era l’incarnazione di quell’archetipo vittoriano: la lettrice costante», la lettrice fedele, la lettrice che non conosce la parola “rassegnazione”.
Non si sono rassegnati nemmeno i fan del Trono di Spade. Dopo dieci anni, nel 2019, la serie si è conclusa con un’ottava stagione breve, frettolosa, priva della guida diretta di George R. R. Martin. Il finale ha generato una reazione stizzita globale senza precedenti: analisi ossessive, forum infiniti, video-essay, colonne sul New York Times, fino a una petizione internazionale per chiedere una riscrittura dell’epilogo, firmata da quasi due milioni di persone. Tuttavia David Benioff e D. B. Weiss – gli showrunner – davanti al caos generato da quell’epilogo strozzato, non hanno fatto alcun cenno di retromarcia difendendo fino allo spasimo il loro script.
Stephen King, grande fan della serie e amico di Martin, il giorno dopo l’ultima puntata disse la cosa più semplice e più vera: «Credo che semplicemente le persone non vogliano alcun finale».
Forse ne volevano uno meno onirico i fan di Lost, detta anche “la madre di tutte le serie”, che chiuse un ciclo favoloso con un epilogo che ancora oggi è oggetto di acceso dibattito sulla rete. Chi si è avventurato in quell’isola misteriosa, luogo sospeso nel tempo e nello spazio, in cui si consumano i ben 114 episodi che compongono le sei stagioni, forse non ne è mai uscito. L’incastro in cui ci si ritrova avvinghiati fino all’epilogo, molto discusso e toccante, aprì la strada alla televisione per come la conosciamo oggi. Nel bene e nel male.
A volte, invece, la finzione diventa così interessante, da far sbiadire la realtà. Accadde nel 1980 a Dallas, non la città ma il telefilm più popolare del mondo. Il pubblico era ipnotizzato dal lusso, dagli intrighi familiari, dalle faide petrolifere, dalle cotonature di Alexis, dai ranch grondanti oro nero. Ma soprattutto da J.R. Ewing, personaggio magnetico e detestabile. L’attentato che chiuse misteriosamente la terza stagione diventò un caso planetario: «Chi ha sparato a J.R.?» era la domanda che percorreva il mondo, di tubo catodico in tubo catodico: il giallo scalzò dalle prime pagine perfino la cronaca politica che negli Usa era in ebollizione. Jimmy Carter scherzò dicendo che avrebbe vinto la rielezione se solo avesse conosciuto la risposta. E infatti vinse Reagan.
Dare al pubblico ciò che non vuole, strapazzarlo, farlo soffrire è questa la chiave dell’immortalità creativa: non si parla degli happy end, non si parla di Bobby Ewing resuscitato sullo schermo a furor di popolo, si parla del sangue versato e del fuoco che incenerisce le aspettative, si parla di Madame Bovary, di Joseph K., di Anna Karenina. Ian McEwan lo dice andando diretto al cuore per spezzarlo: il lettore non ha diritto a un lieto fine.







