È il libro più discusso e frainteso di Alvaro: Terra nuova. Prima cronaca dell'Agro Pontino, stampato nel 1934 per l’Istituto Nazionale Fascista di Cultura. I lettori si sono fermati tutti a cogliervi una testimonianza di resa al fascismo e al suo Capo, facendo perno sul sesto capitolo, «Mussolini tra i pionieri».

Cosa aveva scritto, allora, Alvaro? Aveva raccontato la visita di Mussolini a Littoria (oggi Latina), un anno dopo l'inaugurazione solenne della prima città, sorta dal nulla, sulla terra strappata alle acque mortifere delle paludi pontine. Mussolini può ora celebrare «il trionfo della sua volontà e del lavoro del popolo italiano». E Alvaro sceglie un modulo espositivo da giornalista di razza: ‘legge’ il fascino carismatico del Duce attraverso le reazioni popolari e i riflessi che suscita sui testimoni stranieri («È umano, supremamente umano», dicono alcuni tedeschi). E ne motiva l'attrazione potente che esercita: «ciascuno si sente in comunione con lui come se egli sapesse tutto». Registra «lo straordinario rapimento» degli animi lì convenuti per costruirsi una nuova vita, per radicarsi nella terra nuova. Era stata una guerra, vinta trionfalmente, contro una maledizione plurimillenaria; e la visita del Duce era a «un esercito vincitore», che lo acclamava «padre».

È stato scritto che Alvaro, furbamente, ha così evitato di esporsi in prima persona, eclissandosi nella massa dei coloni e degli operai. Può anche esserci stato questo aspetto, questo escamotage. Ma il dato primario è un altro: Alvaro era un inviato speciale, un giornalista che per conto della «Stampa» di Torino stava raccontando, negli articoli che ha scritto, un'impresa colossale, che realizzava in appena un triennio, o poco più, un'aspirazione risalente addirittura al tempo dei Romani. Già allora si tentò un parziale prosciugamento; poi toccò a una lunga serie di Papi, da Bonifacio VIII a Pio IX, e dunque dal Trecento all’Ottocento, promuovere progetti il risanamento per quelle terre infestate dalla melma e dalla malaria, impegnando nella loro elaborazione e realizzazione finanche Leonardo da Vinci. Ma invano. E per secoli e secoli le paludi pontine ospitarono forme primitive di vita, in capanne di frasche e fango, in cui la vita era di una assoluta miserabilità ed esposta ogni giorno alla mortalità della malaria. E anche l'Unità d'Italia non produsse che qualche meschino tentativo, subito impaludatosi (è il caso di dire) nella mancata attuazione, fino appunto alla presa di petto del problema da parte del regime fascista.

Terra nuova celebra, dunque, l'opera indiscutibilmente più provvida e imponente del regime: Alvaro è testimone attento e documentato e ammirato di questa realizzazione grandiosa; e non può non ascrivere al Capo il merito di averla voluta e realizzata. Per due millenni e mezzo una terra di ottantamila ettari è stata «fradicia» d’acqua, ha navigato su un «abisso viscido di fango»; e ora invece, sulla sua superficie bonificata dalla rete geometrica dei canali, sono sorte città, abitate da emigranti arrivati col «miraggio d`una terra che finalmente amministreranno da produttori, senza né servi né padroni». I primi abitatori erano 2013 il 1° novembre del 1932; salivano a 6308 il 18 dicembre, giorno dell'inaugurazione di Littoria. Il 21 novembre 1934 era prevista quella di Sabaudia, della quale Alvaro racconta in registro epico il disboscamento della foresta in cui sarebbe sorta. Per il 28 ottobre 1935 era già fissata quella di Pontinia; e per quella data si annunciava che l’Agro Pontino avrebbe contenuto cinquantamila persone

La crescita dei coloni era stata esponenziale; e la perfetta organizzazione dei loro trasferimenti da terre lontane aveva consentito un radicamento veloce e umano nella nuova realtà. Non era mai accaduto nella storia italiana ed europea «di vedere in così breve tempo una così vasta e completa trasformazione della terra». Un «fatto superbo», per l’intera civiltà occidentale; e solo chi era nato, come Alvaro, «vicino alla zolla della terra», poteva misurarne la portata epocale e la ritualità di un fuoco che si accende, macchiando il camino. Invece della «solitudine grigia dell'acqua», si scorgono ora i tetti delle case e il fumo dei comignoli; e, a distanza di un anno dalla sua prima visita, ciò che Alvaro aveva visto come una «scenografia vuota» ora è tutta «occupata dagli uomini con la loro vita quotidiana». Non si era «veduta mai una città nascere così», in un breve viaggio verso il proprio destino, con «l'orgoglio d'essere uomo e di avere alle spalle una civiltà di fatica umana».

Non voglio glissare sulla spinosa questione della posizione alvariana rispetto al fascismo e alle accuse, che gli sono state mosse, di essersi colluso con il regime. L’affettuosa amicizia con Margherita Sarfatti è stata determinante per stemperare l’inimicizia del regime e per consentirgli una «silenziosa renitenza», da nemico pacifico, nevroticamente domestico, con qualche scivolamento indebito. Alvaro, a questo proposito, si doleva di una sola ‘viltà’, rappresentata dall’avere «bruciato anche io il mio granellino di incenso al dittatore», «un maledetto articolo» che aveva dovuto scrivere nel 1938 sulla battaglia del grano (così non giudica, dunque, Terra nuova).

Più tardi, in una lunga lettera del 18 luglio 1947 indirizzata a Frances Lanza Frenaye, sua traduttrice di L’uomo è forte, Alvaro ricordava che, «negli anni in cui lavoravo a questo libro, io avevo dietro le spalle una lotta condotta fin da giovane contro la dittatura», e che mi aveva procurato le bastonate e la quasi privazione del diritto al lavoro, e quindi qualcosa che somigliava alla miseria». In quel periodo lo «prese un’ossessione che mi pareva rasentare la follia» e che gli «impediva di andare in pubblico, specie nei teatri, dove […] ero tentato di levarmi» e di gridare una «protesta contro il regime». E allora, «per scacciare quell’ossessione», che gli «dava anche immagini nauseanti» («mi pareva di sentirmi sulla testa le parti vergognose del capo del governo») si mise a scrivere L’uomo è forte. Dopo averlo fatto poté tornare a teatro, dopo anni: «mi pareva di sentirmi scaricato, di avere potuto parlare, sia pure in forme coperte».

È una dichiarazione importante, così come lo è il fatto di essere stato subito chiamato a dirigere «Il Popolo di Roma»: prova testimoniale che il suo avvenuto distacco da ogni forma di compromissione col regime era ben noto alla fronda antifascista. E non a caso, sotto la guida di Alvaro, il quotidiano fu il più colpito dalla censura preventiva: come ha ricordato Vittorio Gorresio, il giornale usciva costellato di estesi spazi bianchi, poiché testardamente il direttore si rifiutava di pubblicare testi-schermo al posto di quelli vietati. Su questo era irremovibile: «almeno denunciamo che anche Badoglio con la sua censura cerca di nascondere la verità», negando la libertà di stampa.

A documentare la forte portata dell’impegno civile di Alvaro in questa fase turbolenta e palingenetica della nazione sta L’Italia rinunzia? (1945: ora meritoriamente incluso tra le opere da proporre in lettura agli studenti), un appassionato pamphlet che denunzia l’eventualità di una restaurazione, da parte delle forze reazionarie, e il pericolo che gli italiani ― rimuovendo la coscienza della tragedia vissuta ― abdichino ad un radicale rinnovamento della società. Si è incupito il pessimismo alvariano sul futuro della civiltà: per la delusione delle speranze (e per l’avverarsi dei timori), in seguito alle vicende storico-politiche che avevano portato alla sconfitta del ‘Fronte popolare’, con cui si era convintamente schierato; ma soprattutto per l’oscurarsi dell’orizzonte mondiale, con il radicalizzarsi della guerra fredda e con l’incubo (in lui divenuto ossessivo) di un prossimo e sterminante terzo conflitto (oggi, purtroppo, più che mai presente), che apriva una nuova epoca del terrore, irriducibile a qualsiasi confronto.