Nell’aprile 1943 Alvaro comincia a elaborare un ambizioso progetto narrativo. L’idea primigenia era quella di scrivere un racconto lungo sui giorni terminali della dittatura, ma dopo la prima stesura il disegno si ampliò con la necessità di un fatto di natura. Per tracciare l’epilogo, bisognava ripercorrere la genesi di una ventennale tragedia, individuale e collettiva, proiettando tutto il proprio itinerario in una ‘terza persona’ che costituiva una trasparente velatura autobiografica. Questo poteva consentirgli di rimodulare i motivi dominanti della propria ispirazione, ma questa volta senza più cautele: era finalmente libero dalla cappa soffocante della paura, della autocensura, del compromesso interiore.

Matura così in Alvaro il progetto di scrivere una trilogia romanzesca (in un primo momento aveva pensato addirittura a cinque volumi) dal titolo complessivo di «Memorie del mondo sommerso»: un grande affresco della società italiana e della sua Storia, dagli inizi del secolo alla caduta del fascismo. Lo scrittore era affascinato dalla grandiosità di questo piano, che si proponeva di dare una versione nuova e personalissima alla narrativa ciclica, quella cioè che crea un universo letterario in cui ritornano ― in narrazioni concatenate, ma autonome ― personaggi, luoghi e temi. Gli antecedenti erano illustri: da Balzac a Zola, da Proust a Musil, da Galsworthy a Martin du Gard (e, in chiave calabrese, a Repaci), o anche, per giungere ai nostri giorni, a Tolkien, a Stephen King e a Elena Ferrante. Della trilogia, che era anche un grande Bildungsroman (cioè un romanzo di formazione) tripartito, venne però pubblicata solo la prima anta, L'età breve (1946), mentre le altre due, Mastrangelina e Tutto è accaduto, furono elaborate a lungo ma rimasero inedite e poi vennero stampate dopo la sua morte in edizioni (come vedremo in seguito) a dir poco approssimative e infedeli.

Si potrebbero istituire innumerevoli rimandi tematici tra le opere precedenti (soprattutto L’amata alla finestra e Gente in Aspromonte) e L’età breve, in cui Alvaro torna a narrare una fine dell’infanzia che si conclude con il definitivo (e non voluto) distacco di Rinaldo Diacono, il protagonista, dal cerchio regressivo della famiglia e del paese, dopo una sofferta esperienza di studi in collegio, da cui viene espulso, come in effetti avvenne allo scrittore. L’obiettivo primario era quello di mettere minuziosamente a fuoco, con realismo sociologico, l’incidenza decisiva del condizionamento ambientale (sia nel contesto turbativo di un collegio famoso come in quello retrivo del paese) sullo sviluppo di una personalità nel periodo cruciale della sua formazione. Si trattava di ripercorrere un’educazione alla paura, alla dissimulazione, al conformismo, alla menzogna; e, in questa direzione, produrre una coraggiosa (e pericolosa, in quegli anni) denunzia dei guasti prodotti da un perverso bigottismo religioso, che inoculava la ossessione del peccato e la demonizzazione del sesso, praticandolo però con ì convittori.

Rinaldo Diacono (alter ego dell'autore) è il primo figlio di Filippo, una personalità fortemente innovativa e ambiziosa nel contesto immobile e squallido della comunità di Corace. Ma lo è anche perché è animato da una forte volontà di rivalsa, ritenendo di essere stato sempre sottovalutato e disprezzato dalle famiglie importanti di Corace per le sue umili origini. Già nel primo dei ventisei capitoli questo è posto in evidenza attraverso la visita di un parente della moglie, che apparteneva a una piccola ma decaduta nobiltà. Venuto a chiedere un prestito, guarda con ripugnanza Rinaldo, perché «disgraziatamente» ha «tralignato» somigliando non alla madre ma al padre («i Giorgi non ammettevano che potesse nascere un ragazzo intelligente da un Diacono»), che lui tratta con degnazione, malgrado la situazione difficile in cui si trova.

Rinaldo può essere, deve essere, l'arma di riscatto e di vendetta per Filippo Diacono, che si sente umiliato e offeso dal paese e che decide di mandarlo a studiare nel collegio di Villa Mondragone, frequentato dall'aristocrazia romana, per infrangere così il sistema feudale del paese, scalando la gerarchia sociale attraverso lo studio, l’addottoramento e il raggiungimento di una posizione di rilievo nel mondo da parte del figlio. È un evento rivoluzionario per il paese; e suscita una forte preoccupazione nelle famiglie che sino ad allora hanno detenuto il potere, poiché viene visto ― giustamente ― come un evento destinato a incrinare per sempre l'ordine sociale. Ma Filippo non arretra, anzi sente l'astio per la sua ambizione come una prova del fatto che il progetto è vincente. Ritenendo che Rinaldo abbia tutte le potenzialità per poterlo attuare, sacrifica il figlio alla realizzazione del suo disegno senza pensare ai traumi che gli possono derivare dall'abbandono di quel mondo in cui ha vissuto, sino ad allora, come in un cerchio protetto.

Infrangere l'ignoranza è un atto eversivo (già «molti pensano di fare gli studenti», dice Nicola Oscuro, una sorta di feudatario di Corace); e Rinaldo entra dolorosamente nel collegio (gli viene subito sequestrato un organino) che ha avuto fra i suoi convittori anche un papa, ma che è un microcosmo soffocante, perfido e impuro. È qui che il ragazzo fa la conoscenza del peccato attraverso l'ossessione, inculcata dai superiori, di sfuggirlo («il peccato era in tutto» e «tutto gli pareva una menzogna, un abuso, una violenza»). È qui che le amicizie tra i convittori, nell'età puberale, assumono caratteri ambigui e morbosi: si caricano di pulsioni erotiche, sofferte come peccaminose, che sfociano non di rado in veri e propri contatti sessuali anche con i religiosi, che usano l’autorità del ruolo per invischiare nei loro turpi approcci i ragazzi più deboli e predisposti. Ma la facciata rimane austera e irreprensibile, soffocando nella ritualità quotidiana la corruzione e la depravazione; e questa opera di inabissamento è attuata soprattutto quando i ragazzi sono ricchi e altolocati e sanno fingere anche nel momento confessionale, attuando una scissione fra la pratica nascosta dal peccato (anche omosessuale) e l'esibizione compunta dell'osservanza religiosa.

Questa prima parte del romanzo è all'altezza del migliore Alvaro, che riesce a delineare con magistrale e allusiva leggerezza di tocco i torbidi turbamenti della prima adolescenza nel corrotto convitto di Mondragone. Rinaldo, attraverso una raccolta di poesie lette di nascosto, conosce un'altra dimensione della donna (non solo come strumento di perdizione e soggetto di infelicità), ma soprattutto della vita degli uomini, quella che vibra oltre le mura del collegio. Intreccia un muto idillio con una ragazzina che vede alla finestra e alla quale scrive lettere appassionate, senza comprendere il significato delle parole che vi immette e delle situazioni che inventa. È la scoperta della letteratura, letta e scritta, che purifica e crea mondi immaginati, come appunto la figura-angelo di Amanda, che lo salva dalla corruzione ammorbante del convitto e gli restituisce una forma di innocenza.

Le lettere vengono intercettate e Rinaldo viene espulso, dopo avere subìto atti punitivi di terribile violenza fisica da parte dei superiori. Torna al paese, dove è in atto la ‘rivoluzione’ innescata da Filippo Diacono; e da qui, con il quattordicesimo capitolo, ha inizio la seconda parte del romanzo, non felice come la prima. Il padre non può accettare la sconfitta e rende complice Rinaldo ― travestito da «dottorino», con occhiali e cappello a tubino ― delle ingegnose bugie che costruisce per mascherare la realtà della situazione, esibendolo in piazza e nelle «visite di dovere» come un trofeo di vittoria. Ma quando la verità comincia a venire a galla, invita i notabili del paese e comunica che il figlio partirà quella sera stessa, «invitato in città per compiere studi particolari sotto un'alta protezione». In pratica, lo butta fuori di casa per salvare la propria reputazione, affidandolo a un nebuloso destino, che Rinaldo dovrà costruirsi avendo appena sedici anni e il denaro bastante per un mese.

In questa seconda parte di L'età breve Alvaro vuole trasmettere la soffocazione della vita paesana; e dilata il respiro narrativo, gonfiandolo con troppe situazioni oppressive, che ingenerano nel lettore un coinvolgimento sempre minore. In questo povero microcosmo, che risente del peso eccessivo delle radici autobiografiche, spiccano due figure femminili, Mastrangelina e Antonia. La prima, sorellastra segreta di Rinaldo, con cui nell'infanzia ha condiviso giochi non innocenti, prepara insieme con il giovanissimo marito il secondo momento della trilogia romanzesca. La seconda, una delle figure indelebili della narrativa alvariana, viene uccisa mentre si reca a un appuntamento segreto con Rinaldo, in cui lo renderà uomo; e muore perché, sebbene prostituta, non vuole cedere a una violenza sessuale, sentendosi rinverginata dal desiderio dell'adolescente, che lei concupiva da prima della partenza per Mondragone, quando di nascosto gli aveva mostrato il suo ventre segreto.

Contro le intenzioni autoriali, L’età breve trova ancora una volta la sua poetica misura ― ma non più alonata di lirismo mitico ― nella penetrazione della psicologia infantile, con il suo assorto stupore di segreti e di scoperte, con il suo moto pendolare tra regressione e maturazione, sino al trauma non voluto, perché imposto dal padre, della necessità ― per crescere ― di recidere i legami ancestrali con la famiglia e il paese. Purtroppo la seconda parte del romanzo, con la sua puntuale e oppressiva descrizione della vita di paese, ha comportato l’affiorare non episodico di squilibri strutturali e stilistici, che gli impediscono di raggiungere una piena felicità espressiva. L’età breve è un grande e irrealizzato romanzo di formazione, che narra un sofferente percorso di evoluzione conflittuale (prima infantile e poi adolescenziale) verso una non ancora raggiunta maturazione. Verranno poi ― in questo genere illustre, iniziato da Goethe e intensamente praticato dai grandi autori della narrativa europea ― Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino e L'isola di Arturo di Elsa Morante, tanto per fare qualche esempio italiano. Ma Alvaro è stato tra i primi in Italia, se non il primo, a imprimere in esso una svolta verso la narrazione di una genesi interiore, nel protagonista, della scoperta del mondo e delle sue aspre durezze.