«Se potete, restate in Calabria e lavorate per cambiare questa terra perché le mafie vi tolgono il presente e il futuro». Con queste parole, Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Jonio e vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha chiuso la sua lezione sul ruolo della Chiesa nel contrasto alla cultura mafiosa davanti a 200 studenti e studentesse del corso di Pedagogia dell’Antimafia, il 23 maggio 2025, nell’aula Solano dell’Università della Calabria.

Nel giorno in cui Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della loro scorta perdono la vita, il presule nativo di Bitonto ha scosso le coscienze dei futuri educatori che studiano all’UniCal parlando della necessità di costruire una memoria critica in materia di lotta alle mafie, in grado di farsi compiutamente cambiamento culturale. «I giovani sono l’adesso di Dio», ha affermato con forza rivolgendosi agli universitari di Arcavacata e chiedendo loro un impegno netto contro l’indifferenza che alimenta il mito dell’invincibilità dei poteri criminali.

La lotta alle mafie è tra gli assi strutturali del cammino pastorale del vescovo pugliese, capace di coniugare Vangelo, Costituzione e responsabilità di cittadinanza, dimostrando in tal modo di essere interprete fecondo dei principi educativi della scuola di Barbiana. Savino nel corso della XXX Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti di mafia, celebrata il 21 marzo 2025, ha ammonito con determinazione i fedeli: «Non possiamo dirci cristiani se restiamo indifferenti. Non possiamo dirci uomini liberi se ci voltiamo dall’altra parte». La neutralità, soprattutto nei nostri contesti, è già una scelta perché chi tace è complice, chi si adatta è parte del problema.

Dobbiamo scegliere da che parte stare, è il messaggio educativo che Savino sta cercando di radicare nelle coscienze dei calabresi sin dal giorno del suo insediamento nella Sibaritide.

Nei Quaderni di Pedagogia dell’Antimafia, editati da Gazzetta del Sud, il vicepresidente della CEI analizza e interpreta la mentalità mafiosa come paradigma culturale: «Una visione del mondo che legittima la forza come potere, l’omertà come virtù, l’appartenenza clanica come valore superiore alla legge. Non nasce direttamente dal crimine – spiega Savino –, ma da una subcultura che si radica nel quotidiano, fino a confondersi con la normalità. In Calabria questa logica è spesso invisibile, ma pervasiva: si annida nei piccoli favori, nella rassegnazione, nella sfiducia verso lo Stato. È un sistema ideologico da smantellare, composto da rituali, linguaggi e narrazioni che glorificano la sopraffazione».

I sistemi mafiosi non si radicano nel vuoto, ma si infiltrano e si strutturano là dove il tessuto normativo e sociale risulta poroso, segmentato, delegittimato. La risposta per Savino deve essere educativa, ma nel senso più profondo e trasformativo del termine: «Occorre innescare una rivoluzione del senso comune che disinneschi le matrici culturali del consenso mafioso e attivi processi di soggettivazione critica. Le mafie si incistano dove lo spazio pubblico è abbandonato, dove i legami sociali si spezzano e lo Stato arretra».

Le reti di fraternità sono secondo il vescovo di Cassano la risposta più concreta a queste perverse dinamiche di potere: si tratta cioè di costruire legami strutturati e renderli il più possibile riconoscibili, capaci di produrre capitale sociale positivo, per presidiare lo spazio pubblico in modo da riattivare appartenenze inclusive in contesti, come i nostri, segnati da marginalità e sfiducia istituzionale.

Il nostro progetto editoriale è in queste parole che Savino, allievo di don Tonino Bello, ci restituisce come nucleo di un’articolata pedagogia delle responsabilità sociali e dell’impegno etico-civile che richiama costantemente alla necessità e all’urgenza di superare la cultura della delega e dell’indifferenza. «Le reti di fraternità – scrive nei Quaderni di Pedagogia dell’Antimafia – sono scuole che resistono, cooperative che creano lavoro dignitoso e non fondato sulla logica del massimo ribasso, parrocchie che non benedicono il potere ma si schierano con gli ultimi. Sono volti concreti, giovani, educatori, preti, laici, che mettono il corpo nella storia ferita e abusata. Perché la mafia è assuefazione e vuoto vertiginoso di futuro. La fraternità è l’antidoto sociale – conclude il vescovo: speranza che si fa scelta di discontinuità radicale».

Sono almeno quattro le direttrici di lavoro culturale per costruire e radicare compiutamente in Calabria una pedagogia (militante) dell’antimafia sociale: l’educazione critica; l’affermazione dell’economia solidale contro le disuguaglianze; la partecipazione politica come educazione alla corresponsabilità; reti di fraternità per il bene comune.

La speranza deve essere organizzata perché deve camminare sulle gambe delle donne e degli uomini liberi, che non si inginocchiano ai padroni e ai padrini delle mafie.

Effatà è una parola di origine aramaica che significa “apriti”. Gesù la pronuncia per guarire un sordomuto. E il vicepresidente della CEI ne fa una sorta di imperativo sociale per dare una scossa a tutti noi, perché dobbiamo svegliarci e mantenere vigile la nostra coscienza civile. Effatà diventa, in questo alfabeto profetico della liberazione, molto più di una parola spirituale: è una prassi sociale.

«Ci sollecita – riflette il vescovo di Cassano – a decostruire le logiche autoreferenziali dei gruppi sociali chiusi, ad attivare dispositivi relazionali fondati sull’ascolto reciproco e sulla sorveglianza civica diffusa, a promuovere forme comunitarie capaci di interpretare le fragilità collettive non come devianza individuale, ma come sintomi sistemici».

«Osate l’aurora» è l’invito finale, profetico, che Francesco Savino utilizza spesso per concludere le sue omelie e i suoi discorsi pubblici; un messaggio educativo forte, coinvolgente, gravido di impegno per il futuro perché stimola a (ri)cercare nuovi orizzonti, ad avere rinnovati sguardi sulle cose, a non rassegnarsi, a non assuefarsi. Tutti possono guardare oltre. Tutti possono e devono cambiare. Anche la Calabria e i calabresi, perché lo Stato siamo noi. Ciascuno di noi.